Gianluca Magazzini si è laureato al "Cesare Alfieri" di Firenze in Scienze Politiche indirizzo Storico-Politico, con una tesi sulla Repubblica di Weimar. È un gestore di attivi liquidi presso la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia, dove si occupa della strategia di portafoglio con “focus” mercati azionari e materie prime. Attivo sui mercati finanziari dal 1997 è stato inizialmente negoziatore su derivati per un istituto bancario europeo e poi gestore di patrimoni presso altre banche italiane.

Come affermò il segretario del tesoro americano John Connally nel 1971, «il dollaro è la nostra moneta e un vostro problema». A distanza di mezzo secolo questa affermazione si è rivelata quanto mai veritiera, con l’euro che quota sotto la parità con il biglietto verde da qualche mese e tutte le altre valute mondiali, eccetto qualche raro caso (il franco svizzero), che si trovano sotto pressione;  Infatti il Dollar Index, che misura la forza del dollaro americano contro un paniere delle altre maggiori valute, sta raggiungendo i massimi dei primi anni del Duemila a quota 120.

Per capire l’importanza del dollaro nel sistema finanziario ed economico internazionale dobbiamo fare alcuni passi indietro, fino alle guerre mondiali. Con la fine del primo conflitto la sterlina inglese di fatto perse il ruolo di valuta di riferimento per gli scambi, venne sostituita definitivamente dalla valuta statunitense quando a Bretton Woods (1944) ci si accordò per la convertibilità dell’oro in dollari. Successivamente nel 1971 l’ancoraggio del biglietto verde all’oro fu abbandonata, diventando così la valuta di riferimento globale senza limiti di emissione.

Chiaramente la possibilità per gli americani di far valere un così importante diritto su tutte le altre nazioni derivava dal successo ottenuto con la seconda guerra mondiale, da cui gli Usa erano usciti vincitori indiscussi. Con tale vittoria estendevano la propria sfera d’influenza sui paesi sconfitti dell’Europa continentale e dell’Asia, i quali, aiutati nella ricostruzione postbellica, rispettarono le decisioni della nuova grande potenza. Rimanevano fuori i sistemi comunisti (Urss e Cina), che si opposero agli americani fino alla caduta del Muro di Berlino, a cui seguirà subito dopo il crollo dell’Unione sovietica. Prese così piede, trent’anni fa, la globalizzazione a guida occidentale che ha visto un ulteriore aumento degli scambi internazionali grazie all’import-export dei paesi emergenti che per l’80% viene concluso con scambi in dollari.

Alla fine del secondo millennio, quindi, aumenta la necessità di reperire capitali da parte di quei paesi asiatici e sudamericani che, emergendo nel nuovo sistema globalizzato, debbono emettere debiti in valuta americana per assicurarsi prestiti da reinvestire nei propri sistemi economici. Sostanzialmente la forza dell’impero americano si è basata su due pilastri: il primo è la supremazia militare e il secondo è l’egemonia della propria moneta. Gli Stati Uniti hanno consolidato il proprio ruolo di potenza economica attraverso la delocalizzazione della manifattura nei territori cosiddetti “alleati”, quali l’Europa, prima, e successivamente l’Asia, con i diversi paesi emergenti (buona parte dell’America Latina è naturalmente sotto l’influenza statunitense), alimentando una bilancia commerciale a proprio sfavore, ma rendendo queste aree geografiche dipendenti da un Pil americano che per più del 75% è composto da consumi. Le rotte commerciali, del resto, sono sempre state garantite dalla presenza militare.

È proprio la situazione della bilancia commerciale negativa e l’alto livello di debito aggregato (pubblico, privato e aziende) che durante gli ultimi 20 anni ha prodotto tra gli economisti l’idea della fine della supremazia del biglietto verde, molti tra gli “strategist” intervistati da importanti agenzie finanziarie hanno più volte chiamato all’imminente tracollo del dollaro, mentre ad oggi la valuta americana, come già riportato, gode di rinnovata e incontrastata forza. Ciò che probabilmente  è andato storto, in tali previsioni, è la mancata considerazione di un sistema che è diviso in due realtà, ossia quella del sistema interno agli Usa, con la Federal Reserve che ne regola la politica monetaria, e quello del sistema euro-dollaro, che si è venuto a creare dopo la seconda guerra mondiale e che vede le transazioni e i debiti contratti in valuta americana, che non sono regolati direttamente dalla Fed, ma dipendono per lo più da fattori esterni agli Stati Uniti, quali crisi energetiche, congiunture economiche e quindi maggiore o minore necessità, per chi li contrae, di rifinanziarsi.

In questo momento, per esempio, la necessità di reperire “valuta forte” da parte degli investitori sta spingendo il dollaro a cannibalizzare ogni altra valuta e, di conseguenza, a creare una crisi finanziaria globale. L’aumento del costo del denaro effettuato dalla banca centrale americana ha infatti innescato, assieme alla crisi energetica partita con i blocchi alla Russia, un rafforzamento del dollaro. Secondo il rapporto della Bis (Banca dei Regolamenti Internazionali) il debito in USD emesso da entità non bancarie è di 13,4 triliardi di debito, appunto in dollari americani, considerando solo i paesi emergenti; debito che non può essere riacquistato direttamente dalla Fed con operazioni di QE (Quantitative Easing), ma che deve essere rifinanziato dagli emittenti vendendo le valute dei paesi di appartenenza per ricomprare dollari al fine di mantenere i margini sul debito stesso ed evitare così il default. Questa spirale probabilmente è destinata a proseguire prendendo forza, fin quando non si risolverà la crisi energetica per i paesi importatoti (Europa, Giappone, Corea del Sud) e la Fed non si fermerà nella politica monetaria restrittiva.

Già la fine dei rialzi del costo del denaro potrebbe dare una mano a chi ha emesso debito in dollari, ma la politica americana, spaventata dal movimento inflattivo dell’ultimo anno, ha interesse ad importare “deflazione” tramite la forza della propria moneta. Molte considerazioni possono essere fatte sul futuro del dollaro e, a nostro avviso, il congelamento delle riserve in dollari della Russia da parte degli americani e l’esclusione dal sistema di pagamento Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication), crea un precedente molto pericoloso per il dollaro. L’idea che la banca centrale americana abbia questo potere sulle riserve di una nazione potrebbe portare, con il tempo, alcuni paesi ad allontanarsi dal sistema del dollaro per affidarsi ad una valuta con un sottostante tangibile (ipotesi: un paniere di commodity, prodotto primario o materia prima che costituisce un fondamentale oggetto di scambio internazionale). Ma questo è un percorso che, seppur intrapreso in qualche forma oggi dalla Russia, richiede ancora molti anni prima che possa concretizzarsi, visti gli interessi commerciali che la Cina ha tutt’oggi con gli Stati Uniti. Probabilmente la fine dell’egemonia del dollaro combacerà con il venir meno del primato economico e militare Usa.

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