Paolo Buchignani (1953) è uno storico, studioso del ‘900, già docente di Storia Contemporanea all’Università per Stranieri "Dante Alighieri" di Reggio Calabria. Socio ordinario dell’Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti, collabora con «Nuova Storia Contemporanea» e «Nuova rivista storica». Tra le sue numerose pubblicazioni: Un fascismo impossibile. L’eresia di Berto Ricci nella cultura del ventennio (1994); Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica 1943-53 (1998; 2007); La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943 (2006; 2007); per Marsilio, Ribelli d’Italia. Il sogno della rivoluzione da Mazzini alle Brigate rosse (2017). Ha scritto anche romanzi e racconti, spesso con ambientazione storica, tra cui: Santa Maria dei Colli (1996); Solleone di guerra. Racconti (pref. di C. Lizzani; 2008); Il santo maledetto (2014); L'orma dei passi perduti (2021); La spilla d'oro. Memorie da un secolo sterminato (2024).

Democrazie e dittatura: un tema importante e assai complesso. È stato oggetto di una recente conferenza tenuta dal noto storico e trasmessa su La 7. Una bella lezione, fruibile anche al grande pubblico, da parte di un ottimo divulgatore, senza dubbio molto competente sulla storia antica, medievale e moderna. Su quella contemporanea, però, Barbero ha omesso di affrontare una questione, a mio avviso, di grande rilievo e di drammatica attualità, in un tempo di crisi della democrazia e del conseguente dilagare di sovranismi e populismi. I quali hanno fondato in passato e fondano ancora oggi la loro fortuna proprio su una distorta ed equivoca concezione della democrazia, potenzialmente suscettibile di aprire la strada a derive dittatoriali.

Un pericolo, questo, che i nostri costituenti (molti di essi, non a caso, reduci dalle carceri fasciste, dal confino o dall’esilio) avevano ben presente e dal quale si sono preoccupati di preservare la nascente repubblica: infatti, nell’art.1 della Carta che andavano redigendo, non si sono limitati a scrivere che “la sovranità appartiene al popolo”, ma hanno saggiamente aggiunto “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, ossia secondo regole precise, che garantiscono un libero e reale esercizio di quella sovranità; ben diversa da quella ingannevole e beffarda proclamata dalla dittatura fascista, la quale pure esercitava il potere in nome del popolo, col popolo si riempiva la bocca (“andare verso il popolo” era uno dei più celebri motti mussoliniani), ma a quel popolo aveva tolto la libertà e i diritti fondamentali, le elezioni ridotte ad una farsa, con la presenza di un solo partito, messi fuori legge tutti gli altri. Lo stesso accadeva nelle altre dittature del XX secolo, sia di destra che di sinistra, dalla Germania di Hitler alla Russia di Lenin e di Stalin.

Questi regimi, al di là delle loro ovvie differenze, si possono definire democrazie, perché proclamano la sovranità popolare, ma si tratta non di democrazie liberali rappresentative (le uniche vere democrazie), ma di democrazie totalitarie (si veda, a questo proposito, l’importante volume di Jacob Talmon, Le origini della democrazia totalitaria), cioè di dittature. Del resto, proprio democrazia totalitaria si autodefiniva il fascismo italiano per bocca di alcuni suoi autorevoli esponenti a partire dall’importante gerarca Giuseppe Bottai.

Come spiega Talmon, la genesi di questo modello istituzionale sta nella volontà generale di Rousseau e nel giacobinismo robespierrista che su di essa si fonda e dal quale si origina il Terrore: un evento che non fu, come acutamente comprese Alessandro Manzoni (cfr. la sua Storia incompiuta della rivoluzione francese), una degenerazione dell’ideologia giacobina, bensì una sua logica conseguenza, precorritrice degli orrori totalitari del XX secolo.

I giacobini, sulle orme di Rousseau, giustificano il loro potere ponendosi al di fuori e al di sopra dei meccanismi della rappresentanza, autoproclamandosi come gli unici autentici interpreti del popolo: un popolo concepito non come una pluralità di soggetti diversi per idee, interessi, passioni (come è nella realtà), ma come un monolite, una massa indifferenziata ed omogenea, che s’identifica misticamente col capo carismatico. Un popolo, inoltre contrapposto alle istituzioni democratiche, denigrate come formali e ingannevoli (ludi cartacei), secondo una visione populista e complottista, fondata sull’antipolitica e dotata di notevole appeal, quando, come accadeva ai primi del ‘900 e come accade oggi, la politica democratica non riesce a dare risposte adeguate al disagio profondo provocato da un trauma storico (una crisi economica, una rivoluzione tecnologica, una pandemia, una guerra) e la democrazia entra in crisi.

In un contesto del genere, masse impoverite, disorientate, impaurite e poco inclini a recepire proposte complesse (adeguate alla complessità del reale) disertano le urne e sono facilmente vittima di demagoghi populisti e nazionalisti, portatori di messaggi semplicistici e manichei (quindi falsi), che aggravano i problemi anziché risolverli. Nel secolo scorso tutto ciò ha generato i regimi totalitari responsabili di immani tragedie. Oggi una nuova crisi della democrazia è insieme causa ed effetto di un minaccioso sovranismo nazionalista, suscettibile di degenerare in democrazie illiberali (vedi l’Ungheria di Orbán, che ha teorizzato e sta praticando questo modello istituzionale) o, ancora peggio, in democrature, veri e propri regimi dittatoriali, appena mascherati, come la Russia di Putin. Senza considerare quanto questo nazionalismo possa contribuire ad un inasprimento delle tensioni internazionali, a una disgregazione dell’Unione europea (di cui, al contrario, sarebbe auspicabile una maggiore integrazione) e ad un’accelerazione e a un potenziamento del processo, già in atto, che sta trasformando, come ha opportunamente osservato Emilio Gentile, la democrazia rappresentativa in democrazia recitativa.

Concludendo, in una conferenza su Democrazia e dittatura, mi pare di poter dire che sarebbe stato opportuno dedicare uno spazio al tema qui sommariamente accennato, e, magari, in subordine, spiegare anche le differenze tra i diversi tipi di dittatura, in particolare tra la dittatura autoritaria, che esige soltanto un’obbedienza passiva, e quella totalitaria, che si propone di permeare con la sua ideologia tutta la società e tutti gli aspetti della vita dell’individuo, di realizzare, cioè, una rivoluzione antropologica.

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