Edoardo Tabasso, sociologo e ricercatore, insegna presso l'Università di Firenze e l'Italian Diplomatic Academy per la formazione e gli alti studi internazionali. Autore di numerose pubblicazioni, tra cui saggi e studi sulla storia sociale della comunicazione, le teorie complottiste, gli scritti e i discorsi di Bettino Craxi (1976-1993).

Da utopia ad eterotopia. 1921-2021: la parabola del comunismo italiano

(Seconda parte)

Quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e ad investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on the ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista-leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che «qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare». Craxi si apprestò a fare proprio questo: «sparò con freddezza mirando al Pci».

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simboleggiava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

Nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv ebbe modo di scrivere:

Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente, […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme “formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone, mantenendo la differenza dal partito, furono i sedicenti “indipendenti di sinistra”. Questi accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando  dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non  superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino. Si trattava di una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di un Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione della libertà nell’Est Europa e in Urss fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile “ceto medio riflessivo”. Il Pci ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica. Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994.

Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica «nella scena politica italiana». La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una «patologia eversiva» che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici. E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori di più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica. Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta «mutati geneticamente» in leader riformisti e socialdemocratici o socialisti liberali non si poteva tornare indietro

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici  e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli. Per Craxi una parte dei post Pci aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati ad entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna, post-ideologica, liquida solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume Il suicidio della rivoluzione, un’egemonia che  avrebbe trasformato il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia che avrebbe dovuto aprire l’età della post-democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercando un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi di riscatto sociale e di giustizia fuori sincrono rispetto alla realtà ed ai soggetti che la storia l’hanno abitata e vissuta prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista-leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. Accade così che i post-comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato, si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e, dall’altro, aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente secondo cui il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

 Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: «Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata». Scatenò la reazione di Bettino Craxi, il quale replicò: «Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali» (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso”, 27 agosto 1978). Forse è da qui che dovremmo ripartire.

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