Giorgia Maddalon è laureata in Lingue per l’interpretariato e la traduzione (inglese - spagnolo) all'Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT) con tesi finale su “Hobbes interprete di Tucidide: analisi linguistica della traduzione inglese della Guerra del Peloponneso e la sua eredità nelle Relazioni Internazionali”. Attualmente è iscritta al corso di laurea magistrale in Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carlo di Roma

Recensione a
S. Maffettone, Il quarto shock. Come un virus ha cambiato il mondo
Luiss University Press, Roma 2020, pp. 144, €12,50.

La pandemia che ci ha sorpreso in questi mesi è solo l’ultimo evento di un XXI secolo che sembra caratterizzarsi da una progressiva scomparsa dei meccanismi di produzione di certezza e stabilità del futuro. L’attacco alle Torri Gemelle nel 2001, la crisi finanziaria del 2008 fino alla sempre più urgente questione climatica e ambientale non hanno fatto altro che rimarcare come la nostra esistenza sia sempre più immersa nella relazione con gli altri.

 Mentre scienziati ed economisti si trovano in prima linea nel tentativo di programmare la fase di ripresa, siamo oggi chiamati a rispondere ad alcune domande sul futuro: cosa significa la pandemia per la società nel suo complesso? Quali pericoli corrono le nostre democrazie? Quali importanti lezioni possiamo apprendere dalla crisi? E, soprattutto, come riprogrammare il sistema capitalistico in modo da costruire un mondo che sia più sostenibile e giusto? È a questi interrogativi che Sebastiano Maffettone, con un lucido spirito critico in Il quarto shock. Come un virus ha cambiato il mondo, cerca di dare risposta analizzando il rapporto tra economia e tecnologia, individuo e società, con una riflessione sulla portata storica della pandemia ancora in corso.

«Copernico ci aveva informati che il nostro pianeta non era il centro dell’universo […]; Darwin aveva spiegato che discendevamo dalle scimmie; […] lo stesso Freud, infine, ci aveva raccontato che sotto la nostra arrogante pretesa di essere razionali si celava un’oscura selva di pulsioni» (p. 41). Adesso siamo di fronte al quarto shock, dice Maffettone, con un virus che, per quanto microscopico, ha bruscamente posto l’essere umano di fronte alla propria impotenza e la società iperglobalizzata di fronte ad una minaccia esistenziale.

Una volta la peste era percepita come il simbolo della punizione di Dio per i peccati dell’uomo e, infatti, da Tucidide a Boccaccio, il legame tra l’arrivo del contagio e il precedente comportamento malvagio dell’uomo è evidente. Ora, senza arrivare a tanto, quella del Covid-19 è certamente una crisi differente dalle altre, la cui specificità ci spinge a ricercare le cause in quella che Maffettone definisce una reazione ambientale dovuta ad uno “sfasamento temporale” tra il celere sviluppo economico e sociale e l’incapacità dell’uomo di assorbire le innovazioni di cui lui stesso è portatore.

Maffettone parla di evolution-development: i ritmi dello sviluppo sono troppo rapidi se comparati con quelli dell’evoluzione che riguardano il nostro essere, la nostra psicologia e il modo di reagire. Nella pandemia, che ci ha rivelati essere disadattati rispetto ad un’evoluzione che galoppa a ritmi incessanti, sembra celarsi una ribellione della natura – che noi credevamo addomesticata – contro l’arroganza umana e il segno di una trascuratezza esiziale per un mondo della vita che si ribella.

Turbati da un evento inatteso come quello del Covid-19, è necessario anzitutto concepire la crisi come risorsa e non (solo) come danno subìto a cui si deve trovare rimedio. Premesso che i danni vanno riparati, questa pandemia ci richiama a un cambio di civiltà e chiarisce come ormai la separazione tra società e natura non ha forse più senso di esistere, non essendo ormai concepibile pensare l’essere umano staccato dall’ambiente dove vive, dimenticando la casa comune che abita. In questo senso cultura, arte e scienza si trovano oggi al cospetto di una sfida più grande, quella di riscoprire una nuova “alleanza” tra umanesimo e scienza, tornare a vivere l’universitas scientiarum, pensando in termini d’intelligenza collettiva dove il progresso rappresenti davvero uno sviluppo umano. «Se il caso volesse far nascere un altro Leonardo Da Vinci oggi, non sarebbe con ogni probabilità una persona, ma un gruppo interdisciplinare e multitasking» (p.51-52), dichiara l’Autore. Ciò non vuol dire abbandonare le competenze individuali, ma che la specializzazione, se non legata ad una contaminazione delle altre discipline, rischia di uccidere se stessa.

In questo futuro dispotico fatto di crisi ecologica e ineguaglianza sociale la cultura deve accompagnarci alla ricerca di una nuova sostenibilità sistemica. La sostenibilità è l’altra faccia di quella conversione personale e di quella capacità di tenere conto della nostra fragilità facendone una forza. Se l’essere umano è in grado di ridimensionare le proprie attese divenendo meno prometeico, narcisista e illuso di cambiare tutto ciò che lo circonda, allora lo può fare anche la società. Come? Muovendosi verso una direzione comprensiva e generale in cui rientrano le forme di fraternità, tutela della salute, economia del pianeta e il nuovo equilibrio di sistema del mondo. Saremo capaci di trasformare questa consapevolezza in un’azione coerente e corrispondente?

Un cambiamento così repentino, insieme allo shock che la pandemia ha rappresentato, certamente ci obbliga a ripensare noi stessi come persone e riflettere su quello che la società nazionale e internazionale può e deve fare. È proprio su questo legame tra persona e collettività che Maffettone basa la teoria del valore di comunità organica che «presuppone una visione dell’io in cui il senso del limite abbia importanza e sia visto in opposizione a ogni tentazione ispirata al narcisismo e all’onnipotenza» (p.78). Maggiore consapevolezza individuale è una premessa non rinunciabile se vogliamo un rinnovamento autentico in nome di un interesse più ampio e generoso.

Da qui l’impostazione valoriale del libro basata su un’etica pubblica, volta a «indicare una direzione in cui le norme sociali potrebbero e dovrebbero cambiare. […] si tratta di far crescere un sentimento diffuso di rispetto per gli altri e, in fin dei conti, per noi stessi. […] una ragionevolezza che sostituirebbe poco alla volta la pura razionalità che consiste nel perseguimento del proprio interesse» (pp. 137-138). Se finora la priorità è stata domare il male e la spinta iniziale è venuta da un dovere naturale di giustizia per l’urgenza della situazione, adesso si apre una seconda fase in cui, come rileva l’Autore, va costruito un reticolo istituzionale all’altezza del problema, che è globale e non locale. Il virus non conosce frontiere e viaggia liberamente tra diversi paesi senza passaporto. I grandi problemi della società contemporanea, quindi, ci devono giustamente richiamare al concetto di giustizia globale da avere gli uni rispetto agli altri come esseri umani. Le pagine di straordinaria umanità che abbiamo vissuto in Italia durante questa pandemia, grazie al costante eroismo di medici e infermieri unito anche al supporto del personale sanitario giunto in aiuto da paesi come Cuba e Albania, fungono da monito affinché il tema dell’uguaglianza e della creazione di rapporti basati sulla cooperazione scientifica e umanitaria siano oggi più che mai chiavi fondamentali del nostro futuro orizzonte di crescita e di progresso.

Le pagine finali del volume, con l’indelebile e già storica foto dei camion militari in uscita da Bergamo, invitano a considerazioni sulla morte e sulla profonda interconnessione con gli altri, infliggendo un duro colpo all’individualismo e all’egoismo. Nonostante sia indubbio come la morte costituisca un aspetto fondamentale della vita e suo momento critico per eccellenza, un qualcosa di così globale come la pandemia «rende quasi esplicito il passaggio dal personale trapasso nel dopo vita a quello della collettività» (p.142), riflette il filosofo. Al fondo delle dimensioni individuali c’è sempre un orizzonte di valori comune e condiviso.

È qui che si cela la grande contraddizione e al tempo stesso vittoria di questa pandemia: nell’obbligatorietà dell’isolamento, come chiave per evitare il contagio, abbiamo tutti riscoperto una visione di fraternità che forse era venuta meno nel tempo e a cui si lega il valore dell’essere uniti de facto nella fragilità con un senso del “noi” necessario alla sopravvivenza “dell’io”.  Nell’affrontare problemi quali la diseguaglianza del reddito, i rapporti tra Stati, sistema scolastico e universitario, quello di Maffettone è il tentativo di rispondere al quarto shock con gli strumenti della filosofia politica e dell’etica. Grazie a un documento programmatico sul quale costruire la politica di domani il filosofo lascia aperte alcune domande sul futuro, sapendo però che almeno esistono una rotta e una via da percorrere: quella della ritrovata fraternità in un mondo più sostenibile sul piano ambientale sociale ed economico. Questo iato tra aspirazione e realtà potrebbe aiutare a dare significato pieno a quelle famose parole di Eugenio Montale: «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

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