Gianluca Esposito (1976), già docente di teoria dei giochi al servizio dell’informazione, marketing strategico e teoria e tecnica della comunicazione pubblica ed istituzionale presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, è docente ordinario di Filosofia e Storia per la scuola secondaria di secondo grado, nonché editor, promoter e ghost writer. Dal 2020 gestisce la pagina Facebook ed il sito www.likeinthemovies.it per la divulgazione della filosofia attraverso il cinema. Da anni è formatore aziendale e per la Pubblica Amministrazione con attività di docenza in corsi di marketing strategico per il territorio e per la valorizzazione delle risorse culturali, ambientali ed artistiche.

Cos’hanno in comune un regista, uno sceneggiatore ed un filosofo?

Sembrerebbe la parte iniziale di una storiella divertente, ma l’argomento che i tre trattano è serissimo, forse quello che più gli sta a cuore. Si tratta di una parola chiave per il loro lavoro: la rappresentazione. Può trattarsi di un evento storico, di una questione biografica, di un tema che coinvolge tutti noi, come l’amore o la morte. Una personale lettura di un ambito della dimensione umana è proprio quella di fornire la propria versione dei fatti, tanto più aderente alla realtà quanto più convince anche singole coscienze. In questo enorme gioco, ha una parte decisiva lo spettatore. A lui è concessa una libertà che è uno degli inalienabili diritti dell’epoca contemporanea e che è anche costituzionalmente garantita: l’opinione. Un tempo avremmo avuto un dissenso verbale e su carta, peggio ancora una manifestazione di totale disprezzo data dal lancio di ortaggi alla fine dello spettacolo teatrale.

Non è casuale che lo stesso Kant definiva libertà di penna l’azione pacifica del popolo che era spettatore degli eventi storici della Rivoluzione francese. Seduto di primo mattino nella sua poltrona a Königsberg, apprendeva dai quotidiani di cui era abbonato del bagno di sangue causato dal Terrore giacobino. Nel 1794 ribadiva, in un corollario alla sua opera Sul detto comune: questo può essere valido in teoria ma non vale per la pratica, che se ogni uomo esercitasse tutte le proprie libertà con la rappresentazione scritta del proprio dissenso o della propria approvazione personale, forse il mondo andrebbe meglio. Oggi la funzione di advisoring che è possibile offrire in pochi secondi attraverso il proprio telefono, offre un altro versante della critica individuale. Infatti a questo tentativo mai esaurito di fornire un’originale rappresentazione degli eventi da parte del singolo, corrisponde una voce profonda di una nuova utenza, composta da chi sta facendo il proprio ingresso nella società. Si tratta dei ragazzi nel periodo di transizione tra i loro diciotto e diciannove anni. Un momento fondamentale, non solo per le responsabilità giuridiche connesse ad una maggiore età da poco conseguita. Dovranno votare, staranno valutando con attenzione cosa studiare e che lavoro fare. Gli farà piacere pensare a come sarà la loro storia d’amore nel futuro, ma anche immaginare se la passione per il pianoforte e per il tennis potranno essere una professione. Saranno infiammati dalla loro militanza politica e avranno la soddisfazione di vedere i loro primi articoli pubblicati su di un quotidiano locale. Staranno programmando un viaggio all’estero, inseguendo un cassetto pieno di sogni che forse è bene che non sia mai totalmente vuoto.

Per questi giovani vale quanto detto per registi, sceneggiatori e filosofi. Il loro non è semplicemente il giudizio del pubblico. In fondo posseggono quella sana incoscienza di voler manifestare il loro pensiero, la loro opinione, la loro rappresentazione del mondo senza filtri: sono potenziali artisti. Tra questa imprescindibile esigenza e la possibilità che essa si verifichi ci sono due ostacoli. Il primo è facilmente intuibile. Non appena avranno compreso che non tutto quello che si vorrebbe fare accadrà necessariamente, in loro subentrerà una delusione amara ed inevitabile, anche in funzione della logica che il loro bel costrutto mentale non sempre sarà collimante con gli eventi che vivranno. Il secondo è più che mai superabile: l’esame di Stato. Da anni si richiede ai candidati una propria personale elaborazione di una tematica. Ed è questa la prima rappresentazione da fornire, di tipo pluridisciplinare. A questa segue un ultimo quesito, il vero banco di prova che fa da unione tra la scuola e la società civile. Stiamo parlando dell’ultima domanda, quella fatidica, che viene posta quando tutte le prove della maturità sono terminate: cosa vorrai fare da grande?

Sarebbe bello sognare un altro interrogativo, perché anche ai professori dovrebbe essere concesso questo: ti andrebbe di dirci come vorresti essere felice? In effetti è questa la vera natura della domanda post colloquio. Ma è davvero troppo complessa. Forse sarebbe il caso di farla ai filosofi che sono oggetto di studio nell’ambito del quinto anno delle scuole secondarie, anche perché sono gli ultimi che i futuri diplomati hanno incontrato. In fondo la loro rappresentazione della realtà coincide proprio con questa istanza. Il pensiero contemporaneo ha abbandonato tante dimensioni analitiche degli antichi maestri. Etica, politica, scienza, ontologia, epistemologia, linguaggio sono affrontate tutte in modo diverso. Solo su di un ramo della filosofia più di duemila anni di storia sono analogici per esiti prefissabili: la ricerca della felicità. Dal XX secolo, il focus si è spostato fortemente sull’individualità, ma questo non va letto in chiave necessariamente egocentrica. Non è che un altro elemento chiave della rappresentazione del mondo. Ora l’obiettivo non è quello di immaginare una felicità esclusivamente collettiva che parta dalla polis, dalla repubblica, dall’essere cittadino dell’impero.

La personale lettura di come costruire la propria vita in termini di una beatitudine in terra, può accomunare i filosofi che i maturandi incontrano nell’ultimo anno dei loro studi superiori. Questa è più di una semplice interpretazione. Più dei contenuti, dei riferimenti concettuali, della formazione che deriva dalla filosofia, l’attrattiva offerta dal fatto che la distanza cronologica e la tipologia dei problemi che quegli uomini hanno vissuto non è tanto lontana e dissimile dalla propria vita, può avvicinare i ragazzi ancor di più ad un’analogia tra la propria rappresentazione e quella dei filosofi di cui si sono occupati. Il monologo interiore verso la felicità diventa momento di confronto reale tra docenti ed allievi, successivo alla visione di un film. In questo dialogo è come se s’inserissero anche registi, sceneggiatori e filosofi, con la loro personale rappresentazione della realtà. Più che mai, i film non sono soltanto un ausilio didattico, ma lo spunto concreto per comprendere come, oltre ogni tecnicismo, il pensiero sia originato da nuclei fondanti semplici e diretti, che possono essere raccontati come una trama ed attraverso i protagonisti delle vicende: servirsi dell’arte nel modo più nobile, ovvero come strumento di condivisione simbolica. All’uscita di una sala cinematografica, sarà capitato a tutti di chiedersi che parere può essere offerto del film da poco visto. Bello, brutto, sgradevole, gradevole, appassionante, noioso, narcotizzante possono essere tutti predicati validi, ma il nostro interlocutore di turno potrebbe dissentire. In ogni caso vorrebbe che in modo sintetico potessimo fornirne una definizione, un’interpretazione. Andare a vedere un film da soli mette sempre tristezza, perché manca la dimensione della condivisione. Ma questo accade anche quando si legge un libro: non avere nessuno con cui parlarne e con cui discutere è davvero sconfortante. Condividere giudizi, un caposaldo per una rappresentazione libera e personale.

Quando la filosofia si è concentrata sull’estetologia, ha da sempre proposto una motivazione dei giudizi che ha fornito. Bello e buono hanno avuto bisogno di un perché e non di un’arbitraria sentenza. In tal senso, allenare concretamente la mente dei ragazzi ad interpretare ciò che vedono è il campo preferito del pensiero e non potrà che offrire loro un vantaggio anche strumentale nel futuro, quello di un autonomo spirito critico. Ed è così che la spontanea rappresentazione dei ragazzi può avvicinarsi a quella matura e culturalmente fondata di registi, sceneggiatori e filosofi. Ogni pensiero avrà valore solo in un’ottica di sereno dialogo e di confronto, anche su toni accesi o su elementi di contrasto. Un tempo, tutto questo avveniva di persona, oggi questa forma di comunicazione poggia su comunità virtuali, che non necessariamente sono deprecabili e che possono ridestare uno storico clima da dibattito post proiezione, senza limitarsi al monologo virtuale del proprio parere, offerto con l’attribuzione di un valore tra una e cinque stelle.

Da soli o in compagnia, questi ragazzi avranno visto un film, si saranno chiesti quale messaggio volesse veicolare e perché oltre a voler rappresentare un contenuto non sempre così evidente, potesse proporre anche una versione alternativa della loro vita, anche in termini prospettici. Un film ed un filosofo possono essere accostabili a quello che accade ad un giovane spettatore nella sua quotidianità offrendo un anello di congiunzione per una nuova rappresentazione di una trama attraverso nuove domande e nuove risposte da porsi nella quotidianità.

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