Ivo Stefano Germano è docente di Media digitali e Strategie della comunicazione politica e istituzionale presso l'Università degli Studi del Molise. È autore di numerosi saggi e articoli scientifici, nonché monografie, tra cui: Barbie. Il fascino irresistibile di una bambola leggendaria (2003); La società sportiva. Significati e pratiche della sociologia sportiva(2012); New Gold Dream. E altre storie degli anni Ottanta (con Danilo Masotti, 2013); Aside Story. La fatica delle vacanze (con Sabina Borgatti, 2017); Sociologie del mutamento(et al.; 2017); #Quartierinogauchecaviar. Sneackers rosse eppur bisogna andar (2018); Sociologie. Teorie, strutture, processi (con Michela Felicetti, 2021).
Si abbatte così su ogni possibile sogno del tifoso la specificazione tecnica su un possibile trasferimento, summa totale della “gnola profonda” del calciomercato. Una mutazione non certo figlia degli ultimi tempi, ma che, costantemente, gradatamente ha trasformato il calciomercato in un genere televisivo, al pari di documentari, notiziari, film, serie inaridendone il motore primo, cioè il sogno, la fantasmagoria, l’immaginazione. La messa in ordine aristotelica di un piccolo box di quotidiano, dalle due voci “acquisti” e “cessioni”, volendo, trattative scolora nella disquisizione tecnica sulla necessità di ascoltare gli intermediari, lo “staff” degli agenti (pardon), le formule, gli algoritmi, già gli algoritmi. Vanishing da mancanza di presupposti storici. Senza per forza citare epoche remote dei “ricchi scemi”, come venivano definiti i presidenti delle squadre di calcio che affollavano l’Hotel Gallia, oppure, aggrappandosi alla dolce malinconia della durata temporale e circoscritta a poche settimane. All’opposto dell’attuale durata eterna, con la velatura ipocrita della distinzione fra sessione estiva e invernale, del tutto priva della varietà di situazioni, colpi di scena, frutto di una rodatissima drammaturgia. Insostituibile, imprescindibile, documentata da una messe di testimonianze giornalistiche. In un mondo che sempre più vira verso il consumo immediato delle immagini e dei miti, grazie ai social, agli influencer, ai TikToker, agli “esperti del calciomercato” che solo all’apparenza sembrano render eterne le vite degli uomini contemporanei come i loro volti, senza dimenticare la mortificazione del mercato sempre aperto che ci presenta calciatori che cambiano tre squadre nell’arco di un solo anno, la noia, la rassegnazione, l’apatia tendono a prevalere maggiormente. Le trattative non sono più il modo concreto per migliorare o indebolire una squadra, ma sono parlare sul parlato, mettersi in posa, vaticinare stancamente in notti tropicali. Tempo fu che “gli ultimi furono primi”, perché la “palla è rotonda”, anzi, allora. Da una trattativa difficile era possibile inventarsi mirabolanti narrazioni sportive, magie e incanti stagionali, incisi di caratura eternale. Il calciomercato non è più nemmeno lontanamente ascrivibile non solo ad una certa idea di calcio, come pretesto per parlare di una certa idea d’Italia genuina e popolare. Altra fisiognomica, inutiledirlo. Del resto era una nazione diversa, più modesta, ma meno presuntuosa e rancorosa, gonfia di attesa settimanale. Più pittura che iconologia, quando fare il calciatore non significava essere iscritti alla lista del destino inavvicinabile, bensì partecipare professionalmente della commedia umana descritta nel campo di gioco. Semplice e normale era il cammino dell’immaginario, incasellato, riquadrato, composto e pertinente. Non che fossero altri tempi, ora che ci s’inciucchisce di YouTuber che discettano dal tinello, “per la ggente”. A non dire dell’ Intelligenza Artificiale. Una gnola. Non più ciò che Carmelo Bene capì in Discorso su due piedi (il calcio), cioè un discorso diretto, esplicito su persone, fatti, cose. Altro che “prestito con diritto di riscatto” e “diritti d’immagine”.
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