Monika Poettinger collabora con la cattedra di Storia del Pensiero economico dell’Università di Firenze ed insegna presso Polimoda (Firenze). I principali argomenti della sua ricerca sono le migrazioni imprenditoriali, etica mercantile e industrializzazione, e il pensiero economico liberale in Italia dopo l’Unità. Su questi temi ha pubblicato diversi articoli e volumi. Ha inoltre dedicato una serie di convegni all’insorgere in Europa di una nuova forma di nazionalismo economico a partire dalla crisi economica del 2007.

Recensione a
G. Nardozzi, Una nuova Germania per l’Europa?
Francesco Brioschi Editore, Milano 2021, pp. 172, € 16.00.

Più del titolo, è il sottotitolo di questo recente volume a dare la cifra del perché uno stimato economista, in ultimo professore al Politecnico di Milano, abbia deciso di «andar fuori dal mio seminato» (p. 7) ed inoltrarsi alla ricerca dello spirito tedesco, spirito nel senso appunto tedesco di Geist, ovvero attività intellettuale che tuttavia possiede una propria sostanza, se pur ectoplasmatica, ma, all’occasione, prepotentemente storica. Giangiacomo Nardozzi, sottotitola, dunque, il suo volume: L’economia e l’animo tedesco, con un ossimoro che riporta immediatamente a Max Weber ed alla sua personale caccia di inizio Novecento allo spirito del capitalismo.

Non per caso Weber è entrato nella storiografia, scientifica e non, come sociologo e non come l’economista che lui stesso si considerava. L’economia, dalla mano invisibile di Adam Smith in avanti, infatti, ha potuto farsi scienza, e per questo scienza triste, solo astraendo dalle pulsioni dell’animo umano, dalla forza delle idee, e ritenendo solo, dell’uomo, la razionale, razionalissima, ricerca del proprio interesse. A questa razionalizzazione del mondo, non solo teorica, che l’industrializzazione dilagante incarnava in un nuovo essere umano, impersonale calcolatore, insignificante rispetto alla storia, la cui essenza era repressa al di fuori della coscienza nell’inconscio freudiano, si opponeva Max Weber, denunciando il carattere valoriale della teoria economica, svelando il potere insito nel costrutto delle istituzioni economiche, ricercando, appunto, l’agentività umana nel processo storico ed economico. Un disperato tentativo di idealismo in economia.

Del pari, per spiegare l’irrazionalità della politica economica tedesca degli ultimi decenni[1], Giangiacomo Nardozzi abbandona il porto sicuro della riflessione puramente economica, che spiega al più il razionale, per farsi il Freud dell’animo tedesco, in un tentativo di psicoanalisi idealistica. Il primo capitolo del volume è così dedicato “Alla ricerca di un’identità tedesca”. Sulla traccia di Angelo Bolaffi[2], Il paziente viene immediatamente descritto come in preda ad una «nevrosi di identità» (p.  24). La lettura idealistica diventa, qui, evidente. Nardozzi, infatti, riconduce la nevrosi tedesca allo scontro tra due idee: il razionalismo illuminista ed il romanticismo nazionalista. Il primo, internazionalista, pacifista, e Weber direbbe: economico, sarebbe stato rappresentato, nel suo nascere, soprattutto dalla Francia rivoluzionaria e dall’Inghilterra potenza mercantile. Proprio per questo la Germania, di recentissima unione nazionale, ne avrebbe rifiutato l’influenza, preferendo dedicare le sue energie intellettuali alla costruzione di un’identità basata su lingua, etnia e religione (p. 25): ideale, appunto, romantico e nazionalista.

L’industrializzazione, che in Germania avvenne a fine Ottocento, in maniera rapidissima e pertanto drammaticamente distruttrice, avrebbe tuttavia spinto inevitabilmente verso la razionalizzazione denunciata da Weber, impedendo all’ideale romantico di divenire, davvero, predominante. Nardozzi rintraccia dunque in questa dialettica, mai risolta, l’origine del disordine mentale tedesco e la sua incapacità, ad oggi, di agire, politicamente ed economicamente in maniera razionale.

È davvero un bisogno di identità ossessivo quello che emerge dai tratti di fondo della storia tedesca. Riflette […] il conflitto tra le due anime che si agitano nel profondo della coscienza della nazione. L’una ammantata di cosmopolitismo e di propria omologazione con il mondo esterno, l’altra costruita attorno una distintiva intrinseca superiorità che legittimerebbe l’esercizio del proprio potere nel mondo (pp. 26-27).

A partire da questo assunto Nardozzi vede nella Germania di Bonn l’unico momento storico nel quale l’ideale razionalista avrebbe avuto il sopravvento, o perlomeno avrebbe avuto rappresentazione politica. Mentre nel resto della storia tedesca, dalla Repubblica di Weimar al Nazismo, dal cancellierato Schröder al cancellierato Merkel, sarebbe stato lo spirito romantico con la sua volontà di potenza a guidare la politica economica e la politica lato sensu della Germania. Un esempio per tutti: la gestione della crisi greca. Il ritardo dell’intervento di salvataggio europeo a favore della Grecia sarebbe stato orchestrato in maniera da rafforzare il potere tedesco all’interno dell’Europa, imponendo a tutti gli stati membri le regole di una politica economica austera:

Con ciò Atene ha, in buona sostanza, aiutato Berlino a dettar legge secondo i propri principi. Ha permesso alla Germania di realizzare ciò a cui già tendeva la sua nuova identità, sollecitata da Schröder. Una Germania non più insicura di sé e invece, a pieno titolo, libera di imporsi per quello che è (p. 36).

Ma quali sarebbero queste regole di politica economica, tramite le quali la Germania riaffermerebbe, oggi, la sua politica di potenza?

Nardozzi, nel secondo capitolo del suo volume, le individua nel costrutto ordoliberale, quella sorta di ibrido tra Stato forte ed economia di mercato che risultò dalla tragica fine della Repubblica di Weimar. Secondo l’ordoliberalismo, lo Stato non dovrebbe farsi arbitro dei conflitti sociali, finendo per essere ostaggio di gruppi di potere, come nel caso dei welfare states di stampo occidentale, ma dovrebbe essere sottoposto alle stesse regole del mercato, ovvero essere deprivato di ogni forma di potere, appunto, arbitrario. Questo Stato sarebbe forte in quanto capace di imporre regole anche lesive delle libertà individuali, la cui immutabilità limiterebbe di fatto, però, anche la capacità e la libertà del potere legislativo di cambiare le regole stesse, rendendo i governi, presupposti ostaggio del dibattito politico, impotenti in materia economica e non solo.

Nardozzi sottolinea con attenzione il carattere antidemocratico dell’ordoliberalismo, quello di antica data, come quello, recentissimo, propugnato da Angela Merkel come costrutto fondante di un nuovo ordine economico internazionale:

Per affermare la concorrenza costruttiva per la persona e per la nazione val la pena di sacrificare qualche “libertà da”, o negativa, offerta dalla democrazia. Vanno vincolati i comportamenti a un ordine pre-stabilito – “ordo” o Ordnung nella traduzione tedesca – economico, ma anche etico, giuridico e sociale” (p. 52).

Si tratterebbe, insomma di una forma di “liberalismo autoritario”, espressione che, usata dagli storici per descrivere il programma di politica economica del governo di Von Papen, è stata ripresa di recente da alcuni studiosi tedeschi proprio riguardo la gestione della crisi Euro da parte della cancelliera Merkel (p. 49). Un liberalismo che da una parte limita le libertà individuali e politiche dei cittadini, dall’altra viene imposto all’esterno come strumento di controllo sulle politiche economiche altrui. In questo senso, pur trovando sostegno in buona parte dell’establishment tedesco, l’ordoliberalismo è diventato un elemento divisivo sia all’interno della Germania, stimolando la crescita dei partiti populisti e nazionalisti, sia all’interno dell’Europa, provocando la non adesione dalla Gran Bretagna all’Unione Monetaria prima e la Brexit poi, ed il rifiorire di sentimenti antieuropeisti negli altri paesi dell’Unione.

Nel terzo capitolo Nardozzi analizza l’unico periodo della storia tedesca nel quale, come si è detto, l’ideale cosmopolita e razionalista avrebbe avuto il controllo sulla politica tedesca: la Repubblica di Bonn. Un successo, tuttavia, tormentato:

Con le idee ordoliberaliste l’europeismo della Rft si è a lungo dovuto confrontare, anche con durezza. In effetti la dichiarata e orgogliosa superiorità dell’ordinamento propugnato dalla scuola di Friburgo si pone controcorrente rispetto a quanto perseguito dal governo di Bonn per decenni (p. 60).

L’adesione alla Comunità Europea, la costruzione dello stato sociale e la sostanziale adesione al consumo di massa di quegli anni avrebbero, infatti, causato la “stedeschizzazione” (ibid.) della Germania, la perdita della sua identità. Nell’immediato dopoguerra, i principi ordoliberali si sarebbero dunque realizzati principalmente nella neonata Bundesbank, la quale, non a caso, sarebbe entrata presto in conflitto con il governo. Lo strabismo delle politiche economiche, quella monetaria di stampo ordoliberale, e quella fiscale dedicata alla costruzione del welfare state ed alla crescita, sarebbe culminato con la brevissima adozione, nel 1967, dei principi keynesiani (pp. 78-79).

Le rivendicazioni salariali della fine degli anni Sessanta e le crisi petrolifere degli anni Settanta posero una rapida fine a questa «tentata normalizzazione della politica economica tedesca» (pp. 79-80), sostituita da una rigorosa adozione della ortodossia ordoliberale. La riunificazione, nella lettura storiografica di Nardozzi, rappresenterebbe, in questo senso, un’occasione mancata ed il punto di rilancio di una forte identità nazionale basata fermamente sui principi ordoliberali.

I capitoli successivi sono così dedicati ad una paziente analisi delle politiche economiche tedesche durante i cancellierati Schröder (Premessa a un’identità egemonica: Schröder e la fine del potere domato) e Merkel (L’egemonia, con l’europeismo in salsa tedesca), al fine di rintracciare in entrambi quel fil rouge di idealismo ordoliberale e nazionalismo identitario che abbiamo visto raccogliere l’eredità del romanticismo ottocentesco. L’emergere del Modell Deutschland come vincente, grazie allo smantellamento in senso ordoliberale di parte dello stato sociale con le riforme Hartz (pp. 92-103) e il trasferimento dei principi ordoliberali all’Europa con l’istituzione della ECB, avrebbero costituito i primi passi di questa nuova Germania, ben disposta ad assumersi un compito di leadership almeno a livello europeo:

Si conclude così la lunga fase post-bellica di una identità della Germania che poteva affermarsi solo come europea. Inizia l’era di una Germania che può essere tedesca perché definitivamente normalizzata con una metamorfosi che merita plauso. (…) Ma questa ammirazione ha gradualmente eroso l’amore tedesco per l’Europa facendo emergere una contezza della propria superiorità e un timore di essere sfruttata dai partner mai prima sperimentate (p. 91).

Il processo di integrazione europeo subiva, dunque, uno stallo insuperabile. Nonostante che Angela Merkel possa ascrivere la sottoscrizione del Trattato di Lisbona tra i successi del suo mandato politico, proprio quel trattato sanciva il principio intergovernativo come metodo di governo dell’Unione, rendendo, di fatto, molto difficile, per la regola dell’unanimità, imporre una qualsiasi politica di indirizzo comune su qualsivoglia tema, economico e non.

Dal punto di vista delle politiche economiche, il bilancio che Nardozzi traccia del cancellierato Merkel non può che essere negativo. Il giudizio di irrazionalità economica per le misure propugnate in patria trova ragione nell’eccesso di risparmio, pubblico e privato, che ha caratterizzato gli ultimi decenni, nel mantenimento di un avanzo nei conti dell’estero paragonabile solo a paesi ai primi stadi di sviluppo, nella carenza cronica di investimenti interni al punto da non permettere nemmeno la normale manutenzione delle infrastrutture, e nel crescente divario nella distribuzione del reddito, acuito dallo smantellamento di parte dello Stato sociale e dall’offshoring delle aziende tedesche. Tanta irragionevolezza troverebbe spiegazione, per Nardozzi, nel compiacimento del governo tedesco per un ruolo da “maestro di scuola” nei confronti dei partner europei, ai quali ha voluto imporre le sue «pericolose ossessioni» (p. 123). Ragioni politiche, dunque, che hanno sopravanzato qualsiasi argomentazione logica, lasciando Mario Draghi da solo a risolvere la crisi dell’eurozona ed a risollevare le economie europee.

Sono servite due straordinarie emergenze, la crisi pandemica da Covid-19 prima e la guerra in Ucraina poi, ed un cambio di coalizione in seguito alle elezioni del 2021 perché qualche timido segnale di cambiamento si insinuasse nelle politiche economiche tedesche e nell’atteggiamento tedesco verso i partner europei. Di tutto ciò Nardozzi può dar conto solo in parte, avendo dato alle stampe il suo volume nell’estate del 2021. Ma nell’ultimo capitolo, intitolato, appunto, Una nuova Germania?, già lasciava intravedere qualche avvisaglia di una maggiore disponibilità ad elevare i consumi – aiutando anche gli altri paesi dell’Unione – e soprattutto a favorire gli investimenti. Che questi, tuttavia, a parer di chi scrive, vengano adesso massicciamente rivolti alle spese militari, non lascia davvero sperare, come anche concludeva Nardozzi, che l’identità tedesca si rivolga decisamente al cosmopolitismo razionalista e scelga di riconfigurarsi in una nuova e forte identità europea che non sia semplicemente a immagine e somiglianza dell’ordine liberale tedesco. La Germania rimane dunque «un paese tuttora travagliato dalla ricerca di una sua identità, con tutte le conseguenti implicazioni per il rapporto con la Francia e l’Europa e, tra queste, l’introversione dell’Unione, attenta più ai rapporti tra i suoi membri che alla sua forza esterna» (p. 138).

Il libro di Giangiacomo Nardozzi si inquadra in quel rinascimento di ricerche sulla Germania che è seguito alla leadership politica esercitata, con rigidezza, sull’Europa almeno dal cancellierato Merkel in poi. Non si può nascondere che una parte di questi studi si inserisca con fin troppa facilità in un circuito di generica piaggeria e/o incondizionata ammirazione verso l’economia di maggior peso del Continente. Non così per il presente volume che riesce ad analizzare luci ed ombre delle politiche economiche tedesche, dal dopoguerra ad oggi, andandone a scavare anche le motivazioni ideali. Straordinario, per un economista, poi, riuscire ad uscire dalla logica causale tipica del pensiero economico per ritrovare nella logica dialettica uno strumento molto più utile ad interpretare la storia. Certo la ricostruzione della cultura tedesca intorno a due matrici ideali, come azzardato da Nardozzi, pare un compito improbo persino per un germanista di valore od uno storico tedesco. Tant’è che Nardozzi stesso cita Nietzsche e Mann come riferimenti della sua interpretazione storiografica. Non stupisca, dunque, che proprio il capitolo dedicato alla cultura tedesca, a quel Zeitgeist che Nardozzi vorrebbe intrappolare in facili formule, sia forse quello meno convincente. Vale qui la formazione da economista dell’autore che, per fare teoria è abituato a semplificare il più possibile e ridurre le variabili in gioco per creare un sistema determinato. Le osservazioni da fare al riguardo, da Wilhelm Tell che appartiene più alla tradizione e mitologia nazionale svizzera che a quella tedesca, alle tesi nietzschiane, di cui non si dà conto, per le quali la dialettica storica tra Kultur e Zivilisation non si risolve perché inserita in un ciclo di eterno ritorno dell’eguale, fino alla dubbia credibilità di una generica paura dell’altro asserita come tipicamente tedesca e fatta risalire al clima ed alla diffusa forestazione della Germania, nulla tolgono all’interesse della interpretazione storiografica proposta, che varrebbe la pena discutere a fondo in ricerche dedicate. Per altro l’analisi economica è, e non potrebbe essere diversamente, ineccepibile e sublimata in un discorso dialettico acquista il significato di una verstehende Geschichte della quale, proprio negli studi dedicati di recente alla Germania, si sentiva la mancanza.

Note:

[1] Si veda in particolare il contributo di Pierluigi Ciocca in: A. Bolaffi e P. Ciocca, Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’economia tedesca, Roma, Donzelli 2017.

[2] A. Bolaffi, Il sogno tedesco. La nuova Germania e la coscienza europea, Roma, Donzelli 1993.

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