Laureato in sviluppo e cooperazione internazionale presso l’università di Bologna nel 2017. Nel 2019 si laurea con lode in Scienze internazionali e diplomatiche presso la stessa università. Durante il percorso di laurea magistrale frequenta il corso di formazione in analista euromediterraneo presso l’Istituto affari internazionali di Roma. Guarda con interesse i temi legati alla filosofia politica e le relazioni internazionali.

Recensione a
T. Todorov, I nemici intimi della democrazia
Garzanti, Milano 2017, pp. 256, €15,00.

La democrazia liberale è in pericolo e occorre vigilare affinché l’umanità non distrugga sé stessa. Questo il monito di Todorov. Se infatti il XX secolo si è caratterizzato per lo scontro tra totalitarismi e democrazie, ecco che con la sconfitta e la caduta dei primi i problemi etici non si sono certo dissipati. Anzi – e questa è la tesi che l’autore propone nella sua opera – «la democrazia cela al proprio interno forze minacciose e la novità della nostra epoca è che tali forze sono più potenti di quelle che l’attaccano dall’esterno» (p. 13).

Il dibattito pubblico ci abitua a pensare le criticità sempre come elementi esterni a noi stessi, alle nostre istituzioni, ai nostri confini; «pensare invece alla democrazia come fonte di pericoli per sé stessa» (p. 14) è meno scontato e più complesso. Difatti, occorrerà ricordare che la democrazia e la libertà se non limitate sono in grado di distruggere loro stesse. È precisamente al concetto di limite che occorre guardare al fine di preservare quanto più possibile gli elementi liberali delle moderne democrazie. Al contrario, è nel disordine e nella dismisura che tali forze distruttive trovano linfa vitale. Con le parole di Todorov, «ciò che accumuna questi diversi pericoli è la presenza di una forma di dismisura. Il popolo, la libertà e il progresso sono il fondamento della democrazia, ma se uno di essi si emancipa dai propri rapporti con gli altri […] si trasforma in pericolo: populismo, ultraliberalismo, messianismo sono i nemici profondi della democrazia» (p. 17).

È il volontarismo assoluto a caratterizzare il messianismo politico: la hybris (o dismisura/tracotanza), così avrebbero chiamato questo atteggiamento i greci, si palesa storicamente nel momento in cui si tenta di realizzare la perfezione utopica. In altre parole, quando si è dimenticata la distinzione tra la civitas homini e la civitas dei e quando si è accantonata la moderazione e l’equilibrio ecco che la catastrofe si affligge sugli uomini con la volontà di creare il regno della virtù. Un atteggiamento, come noto, non certamente caro ai greci, che usavano chiamare gli uomini con l’appellativo di «mortali».

Di fatto, afferma Todorov, sono tre le ondate di messianismo politico che caratterizzano la storia moderna: le guerre rivoluzionarie e coloniali; il progetto comunista; l’esportazione della democrazia con le bombe. La prima fase del messianismo politico verrà alla luce in Europa con la Rivoluzione francese: la missione civilizzatrice giacobina irrompe nell’Europa del XVIII secolo. È la presunta superiorità che i rivoluzionari francesi affidano a sé stessi che li porta a considerarsi in diritto di muovere guerra ai popoli non così illuminati per accompagnarli verso una vera o presunta idea di civiltà. È in nome di una tale idea che si compiono i più grandi massacri della storia dell’umanità. Come giustamente ricordato da Todorov (non solamente in quest’opera), «nessuno di questi difensori della libertà per tutti si chiede se decidere così dell’avvenire degli altri popoli non vada contro il principio di uguaglianza universale, peraltro difeso» (p. 49). È in tali complessi paradossi che si inserisce la trattazione tutt’altro che scontata dell’autore di origine bulgara. La seconda delle tre forme messianiche analizzate è rappresentata dal regime comunista. Sperimentato da Todorov nei primi anni di vita, antecedenti al suo trasferimento a Parigi, risulta essere un modello di messianismo politico pressoché perfetto. Scientismo e determinismo fanno da cornice a un paradosso che si tinge di colori vividi nella memoria di Todorov: «tutto il male era compiuto in nome del bene, giustificato da uno scopo presentato come sublime» (p. 62). Ma è la terza e ultima forma di messianismo a preoccupare maggiormente l’autore. Al pari di altri intellettuali capaci di comprendere il movimento del presente, egli mette in evidenza la sua paura per quel complesso concetto filosofico che prende il nome di eterogenesi dei fini. Fu evidente difatti fin dalla scoperta dell’America (evento al quale Todorov dedica il suo capolavoro assoluto) che nel tentativo (reale o fittizio) di salvare gli Indios non si stesse facendo altro che distruggere la loro umanità. Così le guerre rivoluzionarie e coloniali, il comunismo e la volontà di esportare la democrazia con le armi, divengono il terreno di battaglia sul quale cadono proprio quegli ideali per i quali si combatte. In altri termini, «ogni volta i protagonisti di tali azioni potevano essere sinceramente convinti della superiorità della propria causa; nondimeno, al resto del mondo portavano lacrime e sangue» (p. 66).

È dunque nei meandri della dottrina della guerra giusta che si spinge il ragionamento di Todorov, donando al proprio lettore un’analisi equilibrata e mai faziosa. Difatti, la sua non è una sconfessione totale di codesta dottrina. «Innegabilmente – afferma in modo lapalissiano lo studioso – esistono guerre legittime: quelle di autodifesa […] e quelle che impediscono un genocidio o un massacro», mentre «legittime non sono le guerre che s’inseriscono in un progetto messianico e la cui giustificazione è d’imporre a un altro paese un ordine sociale superiore o di farvi regnare i diritti umani» (p. 98). Ben lungi dal dimenticare l’umanità degli uomini, è sempre in favore di essi che il pensiero dell’autore muove i suoi passi. Ed è proprio per tale ragione che, ancora una volta, egli mette in risalto le contraddizioni e i paradossi della teoria economica liberale. A detta di Todorov, allontanandosi dalla verità dell’essenza umana, caratterizzata da «esigenze sia sociali sia economiche», da farne «un’esistenza tanto individuale quanto collettiva» (p. 119), una tale teoria creerebbe una scissione manichea al pari (o quasi) di quella creata dal pianificazionismo comunista. Una tesi forte quella di Todorov, che critica la tirannia degli operatori economici (che comunque lo Stato non deve sostituire), a cui taluni vorrebbero cedere integralmente il potere secondo la formula «fuori dal mercato nessuna salvezza» (p. 120). Tuttavia, questa provocazione va intesa come tale, e non come una vera e propria comparazione: «la presenza di questi tratti comuni non è sufficiente – scrive Todorov – a fare dell’ultraliberalismo un totalitarismo, per quanto soft» (p. 126). Tutt’al più bisognerà ricordarsi, come accennato inizialmente, che ogni libertà se non limitata uccide la libertà stessa, e questo riguarda le libertà economiche e quelle politiche, riguarda il potere individuale e quello collettivo.

È dunque fuori da qualsiasi forma di narrazione manichea che lo storico delle dottrine insedia il suo discorso. Il potere collettivo mina alle fondamenta delle democrazie liberali attraverso la demagogia populista: nonostante una tale narrazione sia voluta dagli esponenti di questa corrente, non ci troviamo mai di fronte a un’alternativa netta. In altri termini, non ci è mai richiesto di scegliere tra i nostri figli e quelli del nostro vicino, in una confusione totale tra amore e giustizia. Per di più, facendo uso del lessico populista e/o xenofobo «ci si assicura senza tante complicazioni la fedeltà di una frangia della popolazione, che trova nella persona degli immigrati [o chi per loro] un comodo capro espiatorio. Ancora una volta, però, è la democrazia che ne patisce» (p. 205).

Dunque, se è vero che «il regime democratico non si riduce a una sola caratteristica, ma esige l’articolazione e l’equilibrio di numerosi principi separati» e se è altrettanto vero che «la capacità di sottoporre la propria società alla critica fa parte degli indubbi risultati di questo regime politico» (p. 226), occorre vigilare affinché queste gracili conquiste non vengano meno. Todorov offre alle società occidentali (e non solo) uno strumento complesso per potersi tutelare dalle derive più pericolose: guardare al nemico dentro di noi. Senza dimenticare oltretutto che «noi tutti, abitanti della Terra, siamo impegnati oggi nella medesima avventura, condannati a riuscire o fallire insieme. Anche se ciascun individuo è impotente di fronte all’enormità delle sfide, rimane il fatto che la storia non obbedisce a leggi immutabili, la provvidenza non decide il nostro destino e il futuro dipende dalla volontà degli uomini» (p. 240). Quegli stessi uomini che avranno il compito di curare la dismisura che affligge le moderne democrazie, riportandole al senso della moderazione e del compromesso. A giovarne saremo tutti noi, uomini.

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