Marco Salucci (1955) è dottore di ricerca in filosofia. È stato borsista presso l’Istituto Italiano per gli Studi Storici nonché ricercatore assegnista e professore a contratto presso le facoltà di Filosofia e di Psicologia dell’Università di Firenze, dove attualmente è cultore della materia. È membro del direttivo della Biblioteca filosofica, sezione fiorentina della Società Filosofica Italiana, e dei comitati di redazione delle riviste “Testimonianze” e “Atque”. Si è interessato particolarmente di filosofia della mente. Oltre a contributi in riviste e volumi collettanei, fra i quali The Envious Frog (in A. Peruzzi, Mind and Causality, 2004), ha pubblicato le monografie: Materialismo e funzionalismo nella filosofia della mente (con un contributo del CNR, 1996); Mente/corpo (1997); La teoria dell’identità (2005); Il problema mente-corpoDa Platone all’intelligenza artificiale (2018); Dalla mela di Newton all’Arancia di Kubrick. La scienza spiegata con la letteratura(2022). Ha curato Discorso fisico della parola di G. de Cordemoy, con una nota introduttiva di Noam Chomsky (1990) e come divulgatore scientifico ha partecipato dal 2006 al 2011 all’iniziativa Pianeta Galileo promossa dal Consiglio Regionale della Toscana. Ha inoltre tradotto Filosofia della mente di W. Bechtel (1992).

 

Nel suo intervento Il caso Semmelweis e i filosofi analitici Stefano Berni espone un punto di vista sul quale non concordo ma che ovviamente ha tutto il diritto di sostenere. Nel farlo però mi cita travisandomi e dunque cercherò brevemente di chiarire il mio pensiero per correggere l’impressione che l’eventuale lettore potrebbe farsi leggendo quanto Berni scrive. Fatto questo accennerò soltanto a un paio di punti che in realtà richiederebbero un lungo intervento perché il bersaglio di Berni non sono io ma (nientedimeno) quell’intera corrente della filosofia contemporanea che va sotto il nome di filosofia analitica (così come Berni la interpreta ovviamente) e nella quale fa rientrare (almeno) anche il neoempirismo (poiché il caso Semmelweis è stato discusso in chiave epistemologica da C.G. Hempel), la filosofia della scienza, la filosofia del linguaggio e la logica. Così un’etichetta che già da tempo ha cominciato a logorarsi si sfilaccia ulteriormente.

Berni fa notare, riferendo appunto quello che crede essere una mia idea, che «sostenere che Semmelweis fosse l’unico a utilizzare la logica in modo corretto e gli altri invece cadessero in fallace [sic] argomentative o logiche come ‘la fallacia del conseguente’ (Salucci 2022, 45) mi sembra una posizione troppo audace. Ammesso che sia vera questa ipotesi, dovremmo allora supporre che la maggior parte degli scienziati abbia un quoziente intellettivo piuttosto basso?»

Ora io non ho mai scritto né suggerito la tesi (non saprei se più inesatta o più sciocca) che Semmelweis fosse l’unico a utilizzare una logica corretta e che tutti i suoi colleghi sbagliassero (magari pensando anche che avessero un quoziente intellettivo basso). Nonostante il senso generale del capitolo del mio libro a cui Berni si riferisce citi il caso Semmelweis come esempio di contesto della scoperta (e se Berni avesse preso in considerazione questo fatto avrebbe trovato che parte della sua battaglia a favore dell’importanza dei fattori pre o extra logici nel progredire della conoscenza sarebbe stata contro un falso bersaglio), nelle pagine che Berni cita direttamente io ho sostenuto, , che Semmelweis non cade in fallacie logiche – non entriamo nei dettagli – ma non ho sostenuto che questo implicasse, come Berni mi fa dire, che i suoi colleghi ci cadessero. E nemmeno ho scritto che il valore della scoperta di Semmelweis sta nell’uso corretto della logica (pur essendo un ovvio presupposto): ho scritto invece che la sua ipotesi è entrata nella pratica medica perché ha superato, a differenza delle altre concorrenti, ulteriori conferme empiriche. Si noti che ho evitato di usare l’espressione “si è dimostrata vera” perché, contrariamente a quello che sostiene Berni, ovvero che la filosofia analitica e la scienza credono nella “Verità Eterna”, le conferme sono più o meno probabili ma mai definitive e irrevocabili. Ovviamente ciò vale per la componente empirica della scienza. C’è però un’altra componente (ma Berni non ne distingue nessuna) che non capisco come non possa sottrarsi al divenire storico o al condizionamento sociale (che sono le chiavi passepartout interpretative usate da Berni): si tratta di quella componente che comprende cose come “due più due fa quattro” o “la somma degli angoli interni dei triangoli euclidei fa centottanta gradi”.

E, per brevità, concludo qui da dove invece dovremmo cominciare: la filosofia analitica non è un insieme di teorie da confutare, né tantomeno una teoria della scienza, ma uno stile di pensiero il cui carattere fondamentale vorrei esprimere dando la parola a Galileo: «parlare oscuro lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi».

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