Alessia Circelli è dottoressa magistrale in Scienze Politiche. Attualmente è dottoranda in Scienze dell’economia civile. Governance, istituzioni e storia presso l’Università LUMSA di Roma.

Recensione di Luciano Canfora, L’invenzione della democrazia, Editori Laterza, Bari, 2025, pp. 64.

Nell’orizzonte contemporaneo, l’istituto democratico viene spesso percepito come un dato autoevidente, proprio mentre sperimenta una transizione problematica che ne mina le fondamenta. Per orientarsi all’interno di questa complessità liquida, che investe la stessa teoria politica, può essere utile ripartire dalla prospettiva storica. Lungi dal configurarsi come un ripiegamento nostalgico, l’indagine storica si rivela uno strumento ermeneutico fondamentale: interrogare il passato consente di decodificare le fratture della modernità e di inaugurare una nuova stagione di riflessione critica.

Muovendo dal presupposto – mutuato dall’espressione di Rodinò in sede di Assemblea costituente – che «non siamo tutti d’accordo sul significato da dare alla parola democrazia», Luciano Canfora, tra i più autorevoli filologi e storici del mondo classico, orienta la sua riflessione genealogica verso il momento sorgivo di questa categoria, indagandone l’effettiva invenzione. Nel saggio L’invenzione della democrazia, l’originalità dell’operazione storiografica risiede nell’inedito cortocircuito teorico che l’autore istituisce mettendo a confronto il pensiero di Erodoto con la riflessione di Amartya Sen. Attraverso un denso excursus storico nell’alveo dell’orizzonte classico, che ripercorre le tappe da Clistene a Pericle, sino al celebre dialogo costituzionale di Dario, Canfora decostruisce il mito idealizzato dell’Atene antica. Quella che la tradizione ha spesso celebrato come la “festa della libertà” si rivela, al vaglio dell’autore, un sistema strutturalmente oligarchico, a forte vocazione imperialistica e fondato sull’istituto della schiavitù. L’analisi si sposta quindi sul secondo interlocutore del saggio, l’economista e filosofo Amartya Sen, del quale Canfora recepisce la stringente critica al «pregiudizio autolatrico» che caratterizza l’orizzonte geopolitico europeo ed euro-americano. Tale distorsione ideologica e culturale tende ad appropriarsi in modo esclusivo della genesi democratica, interpretandola come un costrutto interamente autoctono, scaturito nei pochi secoli che hanno preceduto la modernità novecentesca. Attraverso il richiamo a Sen, l’autore scardina questa narrazione isolazionista, restituendo alla democrazia una dimensione plurale e non linearmente occidentale.

Questo decentramento dello sguardo suggerito da Canfora assume oggi una rilevanza che va ben oltre il mero interesse storiografico, investendo direttamente la responsabilità civile ed etica di ciascuno. Per scongiurare il rischio di sterili chiusure culturali, si rende quanto mai necessario allargare l’orizzonte e decostruire l’autoreferenzialità delle narrazioni occidentali, accogliendo la pluralità delle “altre versioni” della storia. Una simile apertura critica si rivela un antidoto indispensabile soprattutto nell’attuale congiuntura geopolitica; una fase complessa in cui la dissoluzione delle coordinate identitarie e sociali e il timore reattivo nei confronti dell’alterità alimentano la tentazione di un ripiegamento anacronistico verso vecchi e nuovi nazionalismi, percepiti come rassicuranti surrogati identitari. Si tratta, tuttavia, di un’illusione politica pericolosa: la memoria storica, se interrogata con rigore, ci insegna da sempre che gli arroccamenti identitari preludono a derive tragiche e drammaticamente distruttive. Lo stesso Canfora, nel saggio Gli antichi ci riguardano, ricorda che quello classico è «un mondo dilaniato dal conflitto», dove però «lo scontro tra visioni opposte alimenta la crescita e lo sviluppo intellettuale». Tradurre e studiare il mondo classico diventa in qualche modo un grande fattore di “mediazione culturale”, di dialogo tra culture e quindi una buona profilassi contro l’assolutizzazione del proprio mondo. A tal proposito, Sen parla di radici globali della democrazia, indicando forse la vera direzione verso cui orientare il nostro dibattito contemporaneo. Più che rivendicare un primato geografico o lottare per l’attribuzione di una qualche paternità culturale, la sfida odierna consiste nel restituire alla democrazia una reale vocazione universale, affinché essa si configuri come un patrimonio autenticamente condiviso e accessibile. La democrazia, d’altronde, non è un manufatto statico da custodire gelosamente all’interno di confini identitari, bensì un processo dinamico, aperto e costantemente mutevole. Proprio per la sua natura intrinsecamente inclusiva, essa non tollera restrizioni ideologiche o recinzioni geopolitiche; al contrario, esige di essere continuamente estesa e risignificata, ponendosi come uno strumento collettivo al servizio delle istanze di emancipazione di ogni società.

Ritornando all’alveo dell’antica Grecia, Canfora si sofferma su come l’evoluzione costituzionale si leghi strettamente alla progressiva estensione del diritto di cittadinanza. È con le riforme di Clistene che assistiamo a una decisiva dilatazione di quello che oggi definiamo lo «spazio politico», una transizione che prepara il terreno alla svolta radicale del 462 a.C. Sotto la spinta di Efialte, infatti, gli equilibri sociali ateniesi subiscono un totale capovolgimento: il cittadino comune cessa di essere un mero spettatore per trasformarsi nel detentore diretto sia del potere giudiziario, all’interno dei tribunali popolari, sia del potere politico nel Consiglio dei Cinquecento. Eppure, questo processo di gestazione lento e faticoso rivela fin da subito una fragilità sotterranea. Dietro la facciata dell’esperimento democratico si muove infatti una minoranza inquieta e aggressiva, determinata a restringere i confini del corpo elettorale e a rimpicciolire il numero dei cittadini di pieno diritto. La vera posta in gioco, il cuore pulsante del conflitto politico, si rivela così essere una lotta incessante intorno alla delimitazione della cittadinanza stessa. Un dinamismo, questo, che interroga inevitabilmente il nostro presente: è forse questa stessa logica a governare anche le democrazie contemporanee? Si avverte, oggi come allora, una faglia profonda tra i centri di potere e il corpo sociale, una distanza che i canali tradizionali faticano a colmare e che finisce per alimentare quella deteriore e diffusa sfiducia nelle istituzioni che caratterizza la nostra epoca. Ad Atene, allargare la cittadinanza era visto come un danno da coloro che la detenevano, una minoranza intenzionata a difendere questo privilegio. Da questa dinamica antica, Canfora trae lo spunto per una riflessione che tocca da vicino il nostro presente. L’autore pone infatti una domanda cruciale: qual è la ragione per cui la raffinata, colta, scettica e in calo demografico Europa non vuole masse di migranti e non li vuole trasformare in cittadini? La risposta risiede nella stessa riluttanza a condividere il diritto di cittadinanza, avvertito come un potenziale indebolimento da chi già ne fa parte. Questo è il vero problema della democrazia: ieri come oggi, la sfida risiede proprio in questa fatica nel ripensare i confini della condivisione, lasciando aperto un interrogativo fondamentale su cosa significhi, davvero, essere cittadini.

Questo cortocircuito tra inclusione formale ed esclusione sostanziale rivela come la difesa del privilegio descritta da Canfora non sia un’anomalia storica, ma la cifra stessa dei processi di concentrazione del potere. La persistenza di questa chiusura oligarchica costringe infatti a riflettere sull’intimo legame che intercorre tra gli interessi dei gruppi dominanti e il disegno concreto delle istituzioni. Ieri come oggi, la concentrazione del potere decisionale risponde spesso alla necessità di una minoranza di blindare i propri vantaggi sociali ed economici, trasformando lo spazio pubblico in un recinto esclusivo. Alcuni dei meccanismi istituzionali moderni, eredi di quella diffidenza antica, finiscono così per non essere affatto neutrali; al contrario, vengono strutturati come veri e propri argini volti a proteggere le prerogative di pochi, neutralizzando le spinte e le rivendicazioni democratiche provenienti dal basso o dall’esterno.

La difesa dello spazio democratico si gioca così lungo una strettoia fragilissima. È in questo corridoio che la libertà rivela la sua natura: essa non si consolida mai per mero decreto istituzionale, né si esaurisce nell’architettura delle norme. Al contrario, resta il frutto precario e sempre reversibile di una tensione costante tra le logiche verticali dell’autorità statale e la spinta democratica della vigilanza cittadina. Proprio lì, in quel punto di frizione in cui le regole del gioco incontrano il conflitto sociale, risiede il nucleo vivo di ogni riflessione sul futuro delle nostre istituzioni. Una strettoia concettuale e pratica che ci ricorda come ogni istituzione sia, in fondo, un campo di battaglia sempre aperto, dove i confini dell’inclusione politica vanno ridescritti ogni giorno.

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