Damiano Lembo (1990) è dottore in Scienze politiche presso l’Università di Pisa e cultore di materia in Storia contemporanea all’Università degli Studi Roma Tre. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Politiche presso l'Università di Pisa con una tesi dedicata a "La democrazia di Gaetano Salvemini nella cultura politica europea". Si interessa in modo particolare alla storia d’Italia e al pensiero politico italiano, soprattutto in relazione a liberalismo e democrazia, parlamentarismo e antiparlamentarismo, meridionalismo ed europeismo. Tra le sue pubblicazioni: Tra l'Italia e l'Europa: la proposta federalista di Gaetano Salvemini (in «Politics. Rivista di Studi Politici»”, 14, 2/2020, pp. 19-38); Il governo Fortis. Genesi, sviluppi, crisi (1905-1906) (in «Studium», 3/2022, pp. 436-460); Aurelio Saffi, Alessandro Fortis e l'eredità mazziniana(in «Itinerari di ricerca storica», XXXVII, 1, nuova serie, 2023, pp. 39-58); Gaetano Salvemini e la questione risorgimentale (in «Storia del pensiero politico», 13, 1/2024, pp. 39-62).
I contrappesi al potere presidenziale previsti dal sistema federale statunitense, e fondati su meccanismi di check and balance per molti versi analoghi a quelli del Regno Unito, sembrano attualmente a repentaglio per via delle tendenze autoritarie che caratterizzano le prassi decisionali del Partito Repubblicano e la postura assunta dinanzi alle problematiche sociali e politiche, interne ed esterne. Perciò, alla luce delle debolezze istituzionali mostrate dal federalismo americano all’urto delle politiche restrittive di Donald Trump – recentemente analizzate, fra gli altri, da Mario Del Pero (2025) – oggi più che mai appare opportuno riflettere sull’efficacia politica democratica delle teorie federaliste progettate dal basso e sul loro vero potenziale applicativo, tanto a livello nazionale quanto sul piano internazionale. In questa sede l’attenzione si focalizza, più precisamente, sul ruolo e sull’importanza delle autonomie locali nell’ambito del pensiero democratico e federalista di Gaetano Salvemini. Com’è noto, egli fu una delle figure prominenti del panorama intellettuale italiano del Novecento, la cui visione politica – pur nelle ineludibili differenze del contesto di riflessione – può forse essere riattualizzata in rapporto allo scenario politico globale di oggi, peraltro contraddistinto da una crisi aperta del modello democratico-liberale.
Nel suo complesso, l’impianto federale dello Stato promosso da Salvemini era, invero, agli antipodi del modello costruito dall’alto degli Stati Uniti, fondato su una distribuzione piramidale del potere tra entità statali che convergono strutturalmente al centro. L’autorità avrebbe dovuto configurarsi, infatti, come uno spontaneo bilanciamento a partire dal basso fra i diversi attori sociali e politici: per queste ragioni Salvemini elaborò – non molto diversamente da Luigi Sturzo, nonostante premesse culturali piuttosto divergenti – un modello di Stato federale quale esito ultimo di un’aggregazione collettiva di individui. Questi ultimi avrebbero dovuto essere rappresentati sul piano istituzionale da enti locali destinati a comporre un sistema politico altamente inclusivo e tale da tener conto di tutte le esigenze di una popolazione assai stratificata da un punto di vista sociale e geografico. Estesa alla dimensione internazionale, l’idea aggregativa alla base dello statuto teorico federalista di Salvemini sarebbe dunque confluita nell’ipotesi di una federazione europea, o addirittura mondiale, capace di armonizzare gli interessi nazionali di ciascuno Stato che avesse contribuito alla sua formazione e, per conseguenza indiretta, le istanze degli individui sulle quali costruire gli stessi Stati.
Più in particolare all’inizio del XX secolo, ovverosia negli anni caldi della sua appartenenza al Partito Socialista Italiano, Salvemini formulò quell’ipotesi federalista di rilievo nazionale, impiantata su una fitta rete autonomistica a fondamento di una democrazia dal basso, la cui più logica e lineare implicazione sarebbe stata la crescita economica e sociale del Mezzogiorno, con ricadute benefiche su tutto il Paese. Sullo sfondo di un costante ed energico impegno meridionalista, Salvemini immaginava la realizzazione di un ordinamento democratico coniugando le sue istanze federalistiche con l’incessante richiesta del suffragio universale. Un sistema federale articolato sulle autonomie locali, alle quali attribuire un maggior peso su più livelli, e l’estensione generalizzata del diritto di voto erano considerati da lui indispensabili per sollecitare la partecipazione dei cittadini alla vita pubblica e per favorire, consequenzialmente, un avanzamento decisivo nel processo di democratizzazione dell’Italia.
La proposta federalista di Salvemini subì forti i condizionamenti della riflessione politica di intellettuali dello spessore teorico di Carlo Cattaneo e Pierre Joseph Proudhon. Analogamente a questi autori, lo storico pugliese era convinto che l’accentramento burocratico determinasse un notevole restringimento, in termini chiaramente autoritari, delle libertà e delle possibilità di crescita civile e sociale dei cittadini. O, meglio, riteneva che le decisioni politiche non dovessero esser prese nei lontani centri del potere emarginando la popolazione, bensì nei luoghi reali della vita sociale, cioè dove gli individui interagivano esprimendo la loro vera identità. Salvemini insisteva pertanto sul rafforzamento delle autonomie locali con sbocchi federali, nell’ottica della riduzione del divario fra Nord e Sud della Penisola e, in parallelo, della tutela dei ceti più deboli, su cui gravavano pesanti ingiustizie.
Per il loro radicamento nel territorio, gli enti locali rappresentavano infatti un imprescindibile dispositivo di rilevamento delle esigenze delle masse. E dal momento che un ordinamento pienamente democratico non avrebbe potuto non considerare tali esigenze a trecentosessanta gradi, le autonomie locali assumevano nella concezione di Salvemini un’importantissima funzione. Comuni e province si ponevano in effetti da enti intermedi di raccordo fra le varie comunità di cittadini e il potere centrale dello Stato e, a parer suo, erano capaci non soltanto di recepire e raccogliere in maniera efficiente i bisogni delle classi sociali diseredate ed escluse dal progresso civile, politico ed economico della Nazione, ma anche di trasporre e declinare politicamente questi stessi bisogni sul piano istituzionale a partire, appunto, dal basso. Come concepiti da Salvemini, gli enti locali sembravano anticipare sotto alcuni aspetti, e con le dovute differenze, i lineamenti degli odierni Enti del Terzo Settore in Italia, i quali concorrono orizzontalmente al funzionamento della comunità, stimolandone dal basso l’attività e orientandosi all’utilità sociale e alla crescita civile. Tale analogia non è ovviamente rinvenibile in relazione alla struttura amministrativa o alla fisionomia organizzativa degli ETS, quanto piuttosto alle loro finalità civiche e solidaristiche, alla loro funzione politica altamente inclusiva e orientata dall’idea di una maggiore partecipazione attiva e di un rafforzamento del senso di cittadinanza condiviso.
A differenza di Proudhon – che da una visuale anarchica aveva postulato la tesi dell’ “inutilità” dello Stato – Salvemini ambiva dunque a uno stato democratico come esito di un processo di aggregazione individuale dal basso e, pertanto, autolimitante rispetto alle potenziali derive accentratrici e autoritarie in grado di chiudere questo stesso sistema alla partecipazione popolare e al contributo politico delle masse, sbilanciandolo esclusivamente nella direzione di classi dirigenti legate agli interessi dell’alta finanza. A suo avviso, sulla scia di Cattaneo, un ordinamento interno federale e democratico avrebbe avuto ricadute positive anche sul piano internazionale, perché avrebbe ridotto le violente pulsioni imperialistiche degli stati che, per dirla con Immanuel Kant, si sarebbero invece sentiti parte essenziale di una vera e propria “comunità di comunità” animata da una comune cittadinanza cosmopolitica. Pulsioni analoghe si sarebbero infatti convertite in un senso comunitario di appartenenza a un progetto etico, prima ancora che politico, con finalità umanitarie e solidaristiche di cui sono a tutt’oggi ancora prive numerose potenze economiche e militari, come attestato dal pernicioso flusso degli eventi internazionali e dalle condotte estere irresponsabili.
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