Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).
Recensione a Marty Supreme di Josh Safdie. Con Thimothée Chalamet (Marty Mauser), Gwyneth Paltrow (Kay Stone), Odessa A’zion (Rachel Mizler), Kevin O’Leary (Milton Rockwell), Tyler, the Creator (Wally), Abel Ferrara (Ézra Miškin), Fran Drescher (Rebecca Mauser) USA, 2025
Che l’esistenza sia una questione di galleggiamento sulla superficie degli eventi, che si intrecciano tra di loro in modo per lo più casuale e incontrollabile, è cosa nota a tutti quando si diventa un minimo esperti delle cose della vita. Questo film lo fa vedere in maniera assai chiara, con il colore tipico della commedia e con tratti grotteschi e imprevedibili. La rocambolesca storia di Marty Mauser, giocatore di ping pong (o più tecnicamente tennistavolo), mostra però anche dell’altro. L’equilibrista improvvisazione del protagonista, sorretto da un’inscalfibile fiducia in se stesso, nel suo talento e nella benevolenza della sorte, è uno slancio formidabile che lo risospinge senza posa verso un’idea di successo che però manca quasi del tutto, costretto nella realtà a barcamenarsi in situazioni paradossali e rischiosissime, si direbbe il costo da pagare per l’arroganza, la superbia, la comprensibile riluttanza all’umiliazione e il narcisismo che schiaffa in faccia a chiunque. Un tipo umano destinato alla distruzione di sé e di chiunque gli stia intorno, come stanno a dimostrare i dolori continui che arreca alla famiglia, agli amici, alla ragazza che mette incinta, in generale a chiunque si fidi di lui e si renda disponibile nei suoi confronti.
Azzarderei che il tratto più riuscito del film, oltre all’interpretazione realmente notevole di Chalamet, è lo spaccato antropologico che riesce a tratteggiare. Perché Marty Mauser è anche il naturale attrattore di tipi umani altrettanto curiosi, usciti quasi da Mort à credit di Céline. Lo zio venditore di scarpe che lo fa arrestare per rimetterlo in riga e richiamarlo alle sue responsabilità; una madre apprensiva che finge un grave malore per farlo tornare a casa; una ragazza innamorata di lui che porta in grembo suo figlio, la quale, nonostante ciò, sposa e tradisce un altro uomo; una celebrità del cinema la cui stella si è offuscata e che per sfuggire al solito marito ricco e noioso si concede avventure occasionali con il ragazzino di cui, in fondo, apprezza la sfacciataggine e il talento per l’improvvisazione; un gangster ferito dal crollo della vasca da bagno del piano superiore con Marty dentro, che lo incarica di guarire il suo cane, il quale viene perso e poi ritrovato a seguito di un’altra scena tragicomica. E si potrebbe ancora continuare con il resto delle figurine umane che riempiono il film.
In ogni caso, resta un fatto: la parata di personaggi carnevaleschi e istrionici che fanno da contorno a Marty esibiscono con buona approssimazione che cos’è l’umanità: un’accozzaglia di approfittatori, fedifraghi, traditori, imbroglioni, prevaricatori, vendicativi, lussuriosi, ladri, omicidi e ambiziosi. Perché è l’ambizione, direi, ciò che contraddistingue essenzialmente Marty Mauser. Quella luce che investe un umano e lo fa brillare di luce propria, gli fa inseguire un’idea come un insetto una lampadina accesa di notte, la quale fa andare oltre se stessi, fa superare la condizione di miseria materiale e intellettuale in cui ci si trova. Sembra attagliarsi a Marty una delle frasi più belle del già citato Céline: «Non resta nulla sulla terra, tranne il fuoco che ci brucia… Una vampa tremenda che mi muglia dietro le tempie con una spranga che rimescola tutto…» (L.-F. Céline, Morte a credito (), trad. it. di G. Caproni, Garzanti, Milano 2017, p. 78 Originale Mort à crédit, 1936).
Ma è una caratteristica pericolosissima, invero anche fatale, di cui il protagonista resta quasi sempre vittima. Come la salatissima multa del Ritz e l’esclusione finale dal Campionato del mondo di tennistavolo in Giappone. Funziona tutto, fin quando non trova un avversario più forte, che ridimensiona quell’aspettativa spesso falsa e infondata che nutre per sé. Tuttavia, è questa ambizione, tale energia interiore che si alimenta di se stessa, a suscitare per il personaggio di Marty persino una qualche simpatia, ai limiti della tenerezza.
La vita di Marty è come il suo sport preferito che nessuno vuole riconoscere come tale. Deve essere veloce, anzi, velocissima, richiede un’enorme reattività e prontezza, una cura maniacale del gesto tecnico e dell’attimo, senza sbagliare, senza far andare la pallina oltre la superficie del tavolo, segnando il punto.
L’inizio e la fine del film sono perfettamente simmetrici, o per meglio dire perfettamente inseriti nella storia della vita: il concepimento della cellula uovo di Rachel da parte di uno spermatozoo ostinato e arrogante di Marty, che spalleggia gli altri e si fa strada verso il successo; la visione, nove mesi dopo, la durata stessa della vicenda narrata nel film, del figlio appena nato, che fa scoppiare in lacrime quel Marty che non voleva essere padre e che, soprattutto, era sicurissimo del fatto che non avrebbe mai e poi mai potuto compiere quell’errore. L’errore che è l’esistenza, così precaria, dolorosa, instabile. Quella che anche Marty ha incarnato. Ma il suo pianto commosso, alla vista della sua creatura, può voler dire, infine, che la si può benedire, nonostante tutto.
Sebbene la vita di Marty, che può assurgere a metafora acrobatica dell’esistenza, sia stata una fuga continua dalla mediocrità e dallo squallore, accadono però dei rari momenti di magia che possono ricompensare tutte le fatiche che si compiono in essa. Se fosse stato più furbo, forse, sul 20 a 20 nel real game contro Endō, dopo aver creato un grandissimo hype nel pubblico e in un’intera nazione, avrebbe potuto fermare tutto e dire che la resa dei conti finale sarebbe stata nel Campionato del mondo, strappando così in extremis un pass per giocarsi la vittoria del torneo. Ma ciò avrebbe tolto la magia, quel colpo di genio e di talento che ha colpito anche l’attrice Kay Stone: la mela lanciata sulla canestra nella casa di fronte, il coltello lanciato e ripreso per colpire con scena, il colpo vincente per dimostrare a tutti di essere il più forte. Sono i momenti di grazia, in grado di riscattare questa folle vicenda che chiamiamo appunto vita umana.
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