Orazio Maria Gnerre (1993) è laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali, ed in Politiche Europee e Internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Politiche ("Legalità, Culture Politiche e Democrazia") presso l’Università degli Studi di Perugia. Autore di vari libri e saggi scientifici, tra i quali Prima che il mondo fosse. Alle radici del decisionismo novecentesco (Mimesis, Milano/Udine 2018), tradotto e pubblicato anche in lingua portoghese; Dialogo sul conflitto (Editoriale Scientifica, Napoli 2019) scritto insieme a Gianfranco La Grassa; Materiali. Reinterpretare la Rivoluzione conservatrice (Editoriale Scientifica, Napoli 2021); Nihil medium. Carl Schmitt tra passato e futuro (Morlacchi, Perugia 2024); Conflitto e strategia. Il realismo critico di Gianfranco La Grassa (Editoriale Scientifica, Napoli 2025), scritto insieme a Piotr Zygulski.

Recensione: G. Desiderio, Lo scandalo Croce. Quel vizio insopportabile della libertà, Liberilibri, Macerata 2016, pp. 122, € 15,00.

L’agile libretto a firma di Giancristiano Desiderio altro non è che una breve rassegna di sei saggi su Benedetto Croce. Il testo si concentra su questioni generalmente conosciute del pensiero e dell’opera del filosofo napoletano, mettendone però in evidenza gli aspetti precipuamente polemici, o che gli sono costati la polemica anticrociana.

Il tema essenziale è quello del liberalismo crociano, presentato con questo lavoro sia da un punto di vista teorico che pratico, precisandone il collocamento storico-politico e le reazioni ad esso dei suoi nemici. In poche parole, l’aspetto polemico dell’opera suddetta è quello rivolto a ciò che viene presentato quasi come un Giano bifronte, ovvero l’Italia prima fascista e poi comunista, che non avrebbe saputo fare i conti con la libertà liberale proposta dal Napoletano senza usare le armi della violenza e dell’esclusione. Su questo solco, quindi, si inserisce la ricostruzione delle ostracizzazioni anticrociane ad opera fascista e poi comunista-togliattiana.

Croce viene così presentato da Desiderio quale «filosofo disorganico» in contrapposizione alla figura dell’intellettuale organico gramsciano. Questa scelta sarebbe quella di un pensatore che crede nell’individuo e nelle sue qualità euristiche, da contrapporre, sembrerebbe, al pensiero collettivo della ragione d’apparato. Sarebbe qui «quel vizio insopportabile della libertà» a cui il titolo dell’opera fa riferimento.

Al di là delle interpretazioni politiche di natura morale, il testo ci introduce però a tanti elementi del pensiero politico e sociale crociano, mostrandoci il rapporto che esso aveva con la sua filosofia e ad altrettante questioni di storia del pensiero che risultano di interesse generale e andrebbero ulteriormente approfondite. È così che il testo di Desiderio si affaccia alla questione dell’accademia nel pensiero di Croce, considerandola un’estensione della sua già detta disorganicità. Da qui si apre un ragionamento anti-istituzionale o, per meglio dire, contro-istituzionale crociano che manifesta, a tutti gli effetti, alcuni tratti costitutivi del pensiero liberale. Questo tipo di approccio si lega, a sua volta, ad una certa idea del “genio” e dell’interpretazione libera delle questioni che sarebbe garantita solo alle menti indipendenti (sempre nel senso assoluto del termine, per come impostato dai liberali che presuppongono, per quanto possibile, anche il distacco dai legacci sociali). La questione si allarga maggiormente quando sotto accusa vengono posti gli intellettuali della scuderia italiana novecentesca, pronti, per l’Autore, a passare dalla casa gentiliana a quella gramsciano-togliattiana (più togliattiana che gramsciana?). La critica sembrerebbe rivolta al contempo sia a una certa qual insofferenza nei confronti della libertà liberale da parte della classe intellettuale italiana, che alla permanenza di strutture accademico-culturali che tarperebbero – sempre secondo questa interpretazione – le ali al pensiero indipendente. Come sosteneva l’Andreotti de Il Divo di Paolo Sorrentino, però, in questo caso, «la situazione era un po’ più complessa».

Se ci è possibile svolgere alcune considerazioni di carattere antropologico su determinati atteggiamenti di altrettanto determinati intellettuali, ciò nulla cambia della questione culturalmente determinante della permanenza del tema hegeliano e dialettico nelle varie e contigue interpretazioni gentiliane e materialiste della politica e del pensiero italiani. La questione morale-antropologica è ripresentata da Desiderio anche nella relazione Croce-Gentile, vista da una prospettiva umana prima che filosofica, politica o polemica.

Altro tema d’interesse del libretto è quello dell’approccio alla questione relativa a stratificazione sociale e classi nel pensiero crociano. Per Croce le classi sarebbero state portatrici di valori, idee del mondo e specifici atteggiamenti. In questo Croce porterebbe con sé la propria auto-eredità dei primi scritti a tema marxiano, pur distanziandosi chiaramente dalle prospettive politiche del pensatore di Treviri e dei suoi epigoni. Croce su queste basi costruirebbe in tal modo una sua teoria delle classi e della politica. Da qui Desiderio ricostruisce le idee crociane sulla democrazia, sull’aristocrazia e sulla borghesia, inserendole all’interno della logica generale del noto pensatore. Tutto questo, Desiderio ci ricorda, ha sempre a che fare con specifiche visioni del mondo, ed infatti egli si interfaccia, infine, con la tematica della dialettica storica nel pensiero crociano. Anche qui emergono spunti di interesse proprio nelle dissonanze che, ancor più che le assonanze, sorgono dal confronto col discorso hegeliano. Il rapporto tra pensiero e posizionamento politico (possiamo dire così, dato che la questione politica è in un certo qual modo al centro del saggio di Desiderio) è così riconfermato.

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