Enrico Palma (1995) è dottore di ricerca in Scienze dell’Interpretazione e collaboratore della cattedra di Filosofia teoretica del Disum di Catania. Ha pubblicato saggi, articoli e recensioni per numerose riviste nazionali e internazionali. Le sue aree di ricerca sono principalmente la metafisica, le intersezioni tra filosofia e letteratura in chiave ermeneutica e l’ontologia della scrittura letteraria. Nel 2022 ha partecipato alla collana Greco. Lingua, storia e cultura di una grande civiltà del "Corriere della Sera" con la cura del volume ψυχή. L’anima. Nel 2024 ha pubblicato De scriptura. Dolore e salvezza in Proust (Mimesis, Milano-Udine). Nel 2024 ha conseguito l’Abilitazione Scientifica Nazionale alle funzioni di Professore di II fascia per il S.S.D. di Filosofia Teoretica (11/C1).
Recensione a A.G. Biuso, Episteme. Scritti di filosofia della scienza, Mimesis, Milano-Udine 2026, pp. 340, €28,00.
Rispetto alle posizioni più comuni della tradizione filosofica, e più in generale intellettuale, la prospettiva di Alberto Giovanni Biuso si pone certamente da un altro punto di vista. Quello della pluralità, della diversità e della differenza. Parole che, se ben ci si riflette, possono costituire quel lessico minimo in grado di specificare la libertà della ricerca e della conoscenza, che secondo il filosofo si esprime innanzitutto come rifiuto sostanziale prima ancora che metodologico del dogma, ovvero dell’affermazione di un’identità immutabile ed eterna. Sotto entrambi i riguardi, ontologico ed epistemologico, un approccio di tipo dogmatico costituisce infatti una grave violazione dell’essere e di quella pratica, che cerca di comprenderlo, che chiamiamo scienza. Il sapere, se vuole dirsi scientifico, deve quindi prendere atto della realtà in cui è immerso e viene praticato, una realtà sempre in movimento, in un divenire incessante, che già per queste caratteristiche rende il concetto stesso di verità mutevole e non rigidamente fissato. E questo fa anche il rispetto ontologico ed epistemologico che bisogna nutrire per una pratica scientifica corretta e consapevole.
La scienza può attingere all’universale, ma non a un universale extra-temporale, che sfugga cioè alle leggi del cosmo come flusso e divenire, bensì situato nell’universalità generale del tempo che scorre. Il mondo muta, a essere universale è il suo incessante cambiamento; la scienza, dal proprio canto, deve configurarsi quindi come una tendenza universalistica a fissare il sapere in formule e concetti che devono per necessità adeguarsi alla trasformazione. Non a caso la prima affermazione dell’Introduzione ci ricorda questo: «Nutrire rispetto per la pratica scientifica implica anche immergerla dentro l’essere e il fluire delle conoscenze e delle società, fuori delle quali essa – come ogni altra attività umana – è semplicemente impensabile» (p. 9). Una convinzione che resta ferma in tutto il testo, un’indicazione, come detto, ontologica, epistemologica e metodologica che può servire da saggia guida sia per il sapere scientifico sia, forse in modo più ampio, per qualunque attività voglia definirsi conoscenza.
La scienza è un sapere umano, collettivo, situato, condizionato, per quanto non lo si voglia ammettere e si desideri evitarlo, dall’etica, dalla morale e dalla storia, con la legittima e giustificata ambizione di proporsi come universale, il fondamento ultimo con il quale l’umano, in quanto singolo e specie, dà un senso a se stesso. Ma come ogni altro ente che esiste, si trova nel tempo, nel divenire, nell’universalità del cambiamento che devono renderla, per definizione, un atteggiamento verso il mondo anch’esso disposto a mutare. Il pluralismo metodologico è quindi qualcosa di essenziale, poiché, afferma Biuso, senza di esso «la scienza di fatto non procede ma si limita a ripetere delle verità consolidate diventate formule di fede» (p. 9). La ricchezza del sapere scientifico sta infatti nella convivenza, per così dire pacificamente conflittuale, di tutti i punti di vista, che rendono in questo modo anche più sicura e più certa la prospettiva che si sceglie di adottare come la più esaustiva riguardo a un determinato tema. L’indicazione anti-dogmatica di Biuso per l’epistemologia come filosofia della scienza prevede non a caso una differenza sostanziale come principio metafisico fondante: «Alcuni elementi centrali dell’epistemologia dovrebbero essere i seguenti: il rifiuto dello specialismo; l’olismo; il relativismo; la separazione tra stato e scienza; la critica dei valori morali; e appunto un profondo, pervasivo, fecondo pluralismo metodologico, etico e teoretico» (p. 9). In altri termini, volendo sussumere tutto questo sotto un’unica parola, giungiamo quasi a una platonica idea delle idee, che per Biuso rappresenta la garanzia metafisica e ontologica di tutto il discorso sulla scienza, e cioè la parola libertà. Una libertà, continua l’autore, che può trovare la sua filiazione concettuale da Spinoza, nel celebre passo del Trattato politico in cui si afferma che tutti devono avere la possibilità di dire quello che si pensa, e quindi di ricercare, sperimentare, formulare.
Si tratta, per l’appunto, di un politeismo epistemologico che innalza la differenza come difesa contro ogni genere di dogma e di identità, altrimenti impossibili da scalfire o da mettere in discussione. Tutto ciò che esiste, dunque, deve essere posto sotto il sole della libertà, affinché si faccia realmente scienza e non qualcosa di molto simile a una fede, che per sua definizione presuppone l’accettazione e non la discussione critica. Scrive Biuso molto chiaramente: «L’epistemologia, la politica, l’etica è meglio che siano politeiste, vale a dire aperte e plurali, contro ogni chiusura ed esclusione monoteistica e intrisa di inscalfibili certezze. Affrancarsi dalle verità dogmatiche e monoteistiche che costituiscono le tentazioni delle religioni e della politica, delle scienze come dell’etica, significa davvero difendere l’umano e la Terra in ciò che essi hanno di universale, di sacro, di vero» (p. 14).Una profonda critica, in questo senso, viene mossa dall’autore allo specialismo, che è necessario nel sapere scientifico attualmente dispiegato, ma diventa esiziale quando troppo insistito, poiché il serio rischio è di chiudersi in un recinto spesso auto-costruito senza nessuna possibilità di guardare al di fuori, in una forma deteriore di cecità o persino di idiozia scientifica. Una critica che viene recuperata dalla prospettiva metodologica di Feyerabend, filosofo molto presente e studiato e che costituisce il riferimento epistemologico costante di tutta la riflessione tentata in questo libro. Bisogna essere, sostiene Biuso, più aristotelici, ma non nel senso di tanto aristotelismo disprezzato, ad esempio, da Galilei, bensì nel senso di seguire l’esempio, oggi assai arduo e complesso da mettere in pratica, della pratica scientifica e conoscitiva dello Stagirita, il quale, com’è noto, ha toccato con la sua riflessione ogni ambito del sapere, dedicandosi come non mai al pluralismo della ricerca.
E questo lo si vede anche nel presente volume, per la varietà e diversità di temi toccati e sviluppati, in cui si dispiega una ricerca più che ventennale certamente di epistemologia, ma anche di filosofia della mente, bioetica, intelligenza artificiale, evoluzionismo, biologia, fisica e soprattutto cosmologia, ambito nel quale, secondo Biuso, la filosofia incrocia il suo vero statuto e il suo luogo più proprio, quello della verità del tutto interamente dispiegato nella temporalità della materia diveniente. Un luogo, inoltre, nel quale la scienza deve insegnare all’umano la lezione difficile da trasmettere per cui «la misura, il senso e la funzione di Homo sapiens sono ciò che la cosmologia indica con implacabile chiarezza: una dimensione del tutto irrilevante nel volgersi della materia e della sua infinita energia» (p. 16). Biuso propone una definizione di scienza integralmente filosofica, dividendo infatti i suoi possibili ambiti in ontologia, come indagine di ciò che c’è, gnoseologia, il modo in cui possono essere conosciuti, ed epistemologia, che si interroga in particolare «sulle condizioni, possibilità e limiti del rapporto tra gli enti che ci sono e il loro apprendimento» (p. 19). Scienza rispetto alla quale la filosofia che tenderebbe a studiarne il contenuto e il procedere si definisce come «tentativo di pensare la complessità di tali relazioni» (p. 19). La filosofia della scienza è perciò il modo che il sapere, guidato teoreticamente, cerca di assegnarsi per fare e applicare se stesso, alla ricerca di principi validi e universali. Sempre, però, inserito nella prospettiva più generale del tempo che muta e trasforma, tanto le culture quanto le galassie. Perché alla lettera, anche basandosi sulla ricerca di alcuni fisici e cosmologi contemporanei, «il mondo è tempo» (p. 39). La verità è universale poiché universalmente dispiegata, non si trova in un luogo preciso, non è relegata a qualche condizione particolare, non è sedentaria o di pertinenza di una particolare geografia, benché il potere, spesso, si impegni a localizzarla e a circoscriverla entro perimetri convenienti e opportunistici. La verità, per definizione, non è stabile, sedentaria, fissa, ma mobile, dinamica, in una parola nomade, perché rimbalza tra gli spazi e i tempi, superando ogni tentativo individuale di comprenderla o di racchiuderla entro gabbie precostituite, in cui essa muore di un’asfissia controllata. «La verità, in ogni sua forma ed espressione, è un punto di vista nomade e non un edificio costruito per sempre. E questo probabilmente anche a causa di una chiusura cognitiva della mente umana nei confronti di una complessità che ci supera, di interrogativi la cui struttura è asintotica, nel preciso senso che noi possiamo e dobbiamo continuare e a porre domande, senza però sperare di ottenere delle risposte che siano diverse da semplici ipotesi e prospettive, per quanto ricche e complesse esse siano» (p. 43). È un’attestazione di saggezza epistemologica e pratica, di riconoscere cioè la misura in ciò che si dispiega nel mondo. Apprendiamo secondo la dotazione cognitiva tipicamente umana, che è il fondamento di ogni idealismo, ma non si può commettere l’imprudenza di assolutizzare quelli che hanno tutto l’aspetto di limiti facendola diventare l’intera realtà, poiché, secondo Biuso, l’unica strada praticabile è quella del realismo, presupporre cioè il mondo prima ancora che ci sia una mente che eventualmente lo comprenda e lo viva, giacché «la materia e il tempo esistono e solo per questo possono poi essere, anche se in modi imperfetti, conosciuti» (p. 63).
Un’attestazione, quest’ultima, che è anche di natura metafisica e ontologica ma segnatamente epistemologica, per la ragione che solo riconoscendo i limiti di qualunque conoscenza possibile ci si può avviare verso l’accoglienza di più proposte, di più punti di vista. Quello che, sulla scorta di Feyerabend, Biuso ribadisce come anarchismo metodologico, che non solo si fa forte della pluralità degli approcci e dei metodi, ma si incarica anche di oltrepassare qualunque settarismo sterile e pernicioso per un serio progresso scientifico, che repella decisamente l’autorità, il dogma e l’identità. «Una solida e reale acquisizione di conoscenza è infatti possibile, pensabile e praticabile dove si dà libertà metodologica, dove si permette un pluralismo di itinerari, dove a essere rifiutati sono soltanto i dogmi di qualunque natura. La ricerca più feconda infrange sempre le norme metodologiche stabilite. E questo accade anche perché nessuna teoria scientifica o di altro genere è completa e in accordo con tutti i fatti del campo che intende spiegare» (p. 101). Un principio che secondo Biuso si è del tutto dimenticato, ad esempio, durante la vicenda Covid, in cui, scrive l’autore, «la scienza è stata trasformata in religione, in dogma, in una struttura soteriologica, quando invece la procedura scientifica è per definizione pubblica, ripetibile, controllabile. In caso contrario si tratta di magia, di superstizione, di guru, di sette» (p. 102). La scienza non è una fede, benché a volte lo abbia assunto e lo assuma ancora non ha il compito di salvare come se fosse una religione delle anime. A meno che non se ne riescano a trarre tutte le conseguenze filosofiche del caso.
Questo libro, infatti, nella varietà di studi e di riflessioni che propone, termina con un richiamo del tutto gnostico, ciò a cui la pratica scientifica, infine, dovrebbe condurre. Quello di Biuso è un sapere scientifico nomade, anarchico, libertario, eppure insieme rigoroso, serio, accurato, sia nelle premesse che negli obiettivi che auspica di raggiungere. Direi che, in ultima analisi, è una scienza antiumanistica che conserva però un afflato filantropico, un sapere che nasce dall’uomo e poi vi fa ritorno, per trasformarlo alla luce della maestà del tutto che esiste, dell’intero che c’è, definibile come «l’esseretempo [che] è l’Assoluto immanente alla materia» (p. 48). È quel tempo di cui siamo fatti. Quel tempo che è la «sottile e impalpabile filigrana che attraversa la coscienza e il sapere» (p. 179). E quindi anche la scienza, che è il tentativo di comprendere il suo dispiegarsi e il suo comprendersi come mente che conosce e che vive. Forse, potremmo dire, fino a comprenderne il giusto e necessario morire, la massima possibilità di scienza a cui l’umano possa arrivare. Quella scienza attraverso cui si comprende, nella libertà delle pratiche e degli scopi, che l’esito più scientifico è senz’altro di accompagnare il soggetto che conosce verso la sua stessa scomparsa dall’intero che lo sovrasta, benché, spesso, ci si illuda, proprio tramite la scienza, tale intero di poterlo dominare. Cogliendo ancora un’eco spinoziana, Biuso ci invita a vedere il mondo con gli occhi della scienza per riconoscere in esso una perfezione inarrivabile, al più presagita, intuita, eppure forse possedibile con la ragione, come profonda consapevolezza della mente che anche solo per un attimo ha sentito la vibrazione di tale verità, lasciandosi possedere da questo ricordo cognitivo, puro, meta-cronico poiché intellettuale. La scienza, la noesis, come ultimo suo exitus possibile ci parla del nostro morire, del nostro venire meno dall’essere, che non è un’avvisaglia nefasta, ma una «notizia luminosa» (p. 312). Perché, e così Biuso conclude il libro, «il mondo è perfetto ovunque non ci sia nascita organica ma si dia la potenza stessa senza dolore della materia e del tempo» (p. 312).
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