di Leonardo Raito
Confesso che il titolo di questo articolo l’ho preso in prestito dal mio maestro. Fu infatti Salvatore Sechi, con il suo saggio intitolato L’austero fascino del centralismo democratico, pubblicato dalla rivista «Il Mulino» nel 1978, ad aprire un profondo dibattito sul tema del pluralismo delle posizioni interne al Pci[1]. Questo scritto non ha certo la pretesa di diventare un classico per la riflessione politologica nazionale, ma è pensato come un elemento di stimolo alla discussione sulla forma partito e sulle basi culturali dell’odierno Partito Democratico oltre che come ripensamento della sua storia e del momento politico attuali.
Il concetto di pluralismo delle posizioni politiche è stato teorizzato nell’ambito del manifesto dei valori del Partito Democratico e, all’interno di questo documento, viene declinato in relazione alla vocazione maggioritaria e al concetto di laicità. In merito alla prima, si legge: «La vocazione maggioritaria del Partito Democratico, il suo proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro». Sulla laicità, inoltre, si aggiunge: «La laicità presuppone uno spazio pubblico di libero confronto: noi concepiamo la laicità non come il luogo di una presunta neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali, e quindi anche come riconoscimento della rilevanza, nella sfera pubblica e non solo privata, delle religioni, dei convincimenti filosofici ed etici, delle diverse forme di spiritualità. Le energie morali che scaturiscono dalle esperienze culturali, spirituali e religiose, quando riconoscono il valore del pluralismo e del dialogo, rappresentano un elemento vitale della democrazia». Pluralismo delle posizioni politiche e degli orientamenti culturali come elemento vitale della democrazia interna del partito. Sembrerebbe di capire che la ricchezza delle posizioni stesse dovrebbe costituire uno dei punti più alti per alimentare un dibattito in grado di far scaturire posizioni mediate e discusse. Il pluralismo viene richiamato anche nell’articolo 7 dello statuto: «Il Partito Democratico riconosce e rispetta il pluralismo delle opzioni culturali e delle posizioni politiche al suo interno come parte essenziale della sua vita democratica, e riconosce pari dignità a tutte le condizioni personali, quali il genere, l’età, le convinzioni religiose, le disabilità, l’orientamento sessuale, l’origine etnica».
Le diverse posizioni politiche vengono considerate una “parte essenziale” della vita democratica del partito, quindi una forma di ricchezza, che però, in questi anni, ha generato una scomposizione delle proposte. Risulta difficile, nell’accezione storica stessa dei partiti politici, pensare a una formazione che, sui grandi temi, non sia in grado di partorire una posizione chiara e che sembra quasi soggetto in balia di particolarismi o bassi giochi di correnti o micro correnti. Come si può giungere allora a una sintesi delle diverse posizioni? Occorre scorrere ancora lo statuto e cercare di cogliere altri concetti essenziali. Arriviamo all’articolo 11: «Il Partito Democratico promuove la circolazione delle idee e delle opinioni, l’elaborazione collettiva degli indirizzi politico-programmatici, la formazione di sintesi condivise, la crescita di competenze e capacità di direzione politica, anche attraverso momenti di studio e di formazione». Sintesi condivise dopo elaborazioni collettive. Cose che però sembrano difficilissime nel Pd, e che non garantiscono quella capacità di direzione politica che oggi pare una pecca pesante per i democratici. Sia qui permesso un parallelo con lo statuto del Pci, uno dei partiti dalla cui tradizione culturale sono stati formati molti dei dirigenti che hanno fondato anche il Pd: «La vita interna del Partito comunista italiano è regolata, secondo i principi del centralismo democratico, in modo da assicurare la necessaria unitarietà di indirizzi nell’azione del partito, chiare assunzioni di responsabilità da parte di ogni dirigente, nonché la massima partecipazione dei militanti alle scelte politiche e alle lotte, e la rigorosa tutela dei loro diritti. Di conseguenza […] d) le deliberazioni adottate in conformità allo statuto sono vincolanti per tutti gli appartenenti alle rispettive organizzazioni e, se prese dagli organi nazionali, per l’intero partito. Se una decisione è assunta a maggioranza, deve essere rispettata anche dalla minoranza».
Sembra quasi banale dire che in un partito, in una comunità, in una democrazia, la decisione della maggioranza deve essere rispettata anche dalla minoranza. Questo, però, raramente è accaduto nella storia del Pd. Lo scontro interno al partito, negli ultimi mesi, pare aver almeno tre ordini di problemi: il riformismo in relazione al concetto di “sinistra”, la legge elettorale e le alleanze. Senza contare il tema della leadership e dell’anti-renzismo atavico che ha colpito una parte della dirigenza (ex) democratica. E qui partiamo dall’assunto (dimostrabile?) in base al quale le spaccature non sono riconducibili solo alla composizione delle liste per le ormai prossime politiche.
Il primo problema: il riformismo
Almeno dal 2016, la valutazione sull’esperienza di governo di Matteo Renzi e le prospettive delle riforme, sembrano essere tra gli elementi più divisivi all’interno del Pd. Renzi, con la sua verve classica a più riprese ha rinfocolato le polemiche sull’accantonamento del governo Letta, dicendo che sono state frutto di un accordo con la sinistra interna, parte della quale poi uscita dal Pd. Ma il tema del riformismo di un partito di centrosinistra a vocazione governativa non si può ridurre alla figura di Renzi o alla simpatia o meno che si prova nei confronti di quello che fu un segretario eletto con la prova democratica delle primarie. La sconfitta al referendum di dicembre 2016 offre infatti una visione più ampia del problema, come ha ben cercato di spiegare Vittorio Ferla: «Il secondo passaggio – tutto interno al nostro paese – riguarda il fallimento del sogno di riforma delle istituzioni coincidente con la sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016. Al di là delle valutazioni, anche perplesse, sul testo, si trattava in ogni caso di uno sforzo finale per favorire la conclusione della transizione italiana verso una democrazia compiuta. Il che significa, tra le altre cose:
- effettività del diritto di scelta dei cittadini (non soltanto ai fini della rappresentanza degli schieramenti ma anche) ai fini del programma di governo;
- stabilità dell’esecutivo per la durata della legislatura (fondata su una solida e coerente maggioranza) con conseguente maggiore capacità di attuazione del programma presentato agli elettori;
- alternanza di governi nel corso delle successive legislature per garantire il necessario ricambio delle classi dirigenti e la normale successione di una democrazia moderna;
- semplificazione delle istituzioni e delle dinamiche parlamentari al fine di garantire una maggiore tempestività delle decisioni in una società sempre più rapida e complessa.
Tutto ciò non è stato per motivi diversi che sono già stati ampiamente approfonditi. Al di là degli errori compiuti e dei significati sottesi al voto, resta il “pasticciaccio brutto” del ritorno alla palude proporzionale nella quale prevalgono le coalizioni improbabili tra forze politiche incoerenti e i poteri di veto dei soggetti politici minoritari. Una palude proporzionale di tipo nuovo, però, perché aggravato dalla estrema frammentazione del sistema dei partiti (che la Prima Repubblica non aveva conosciuto) e dal tripolarismo di fatto dovuto all’affermazione di una forza populista che assorbe il malcontento di destra e di sinistra. Questo scenario solleva diversi interrogativi cruciali per il riformismo liberale e socialista e per il Partito Democratico. Proviamo ad affrontarne alcuni. La prima domanda è: esiste uno spazio per una sinistra di ispirazione liberale? Che potrebbe anche essere riformulata (retroattivamente) così: quale ispirazione possiamo ritrovare alle radici del progetto del partito democratico?»[2]. La domanda è sicuramente importante, e investe la prospettiva stessa del Partito Democratico, come formula scaturita dall’esperienza ulivista. La sintesi di culture diverse, che nel Pd doveva trovare cittadinanza, ci riporta ad alcuni concetti base della sua fondazione. Tra questi, senza dubbio, sta la vocazione maggioritaria più volte invocata.
Le alleanze e la vocazione maggioritaria
Andare da soli? Costruire una coalizione? Collaborare con altri partiti? Su queste domande si è alimentato a lungo il dibattito interno al Pd. Ma cosa dicono le basi ideali dei democratici? Nel discorso del Lingotto del 2007, l’allora segretario Valter Veltroni aveva tentato di fissare il discorso sulla vocazione maggioritaria del partito: «Il Partito democratico deve avere in sé un’ambizione, al tempo stesso, non autosufficiente ma maggioritaria. Deve sapere che il suo messaggio di innovazione e di comunità può motivare il suo campo e conquistare consensi anche diversi. L’elettorato è razionale, mobile, orientato a scegliere la migliore proposta programmatica e la migliore visione. Fiducia in questa vocazione maggioritaria significa oggi lavorare per rafforzare l’attuale maggioranza. Io rispetto e stimo i nostri partner della coalizione. I sondaggi di queste ore dicono che insieme ad una forte crescita del consenso al Partito democratico si manifesta il ritorno dell’Unione in testa nelle preferenze degli italiani. Così deve essere. Un Partito democratico più forte può sostenere il governo e la sua azione, e insieme fare più forte l’Unione. E può chiedere a tutte le forze di governo, cominciando da se stesso, più coesione, più spirito di squadra, più ascolto reciproco». Cerchiamo di scavare nel manifesto dei valori. Qui si trova un paragrafo sulla vocazione maggioritaria: «La vocazione maggioritaria del Partito Democratico, il suo proporsi come partito del Paese, come grande forza nazionale, si manifesta nel pensare se stesso, la propria identità e la propria politica, non già in termini di rappresentanza parziale di segmenti più o meno grandi della società, ma come proiezione della sua profonda aderenza alle articolazioni e alle autonomie civili, sociali e istituzionali proprie del pluralismo della storia italiana e della complessità della società contemporanea, in una visione più ampia dell’interesse generale e in una sintesi di governo, che sia in grado di dare adeguate risposte ai grandi problemi del presente e del futuro». Ma la vocazione maggioritaria è o non è in contraddizione con il bipolarismo? Seguendo ancora il manifesto dei valori, sembrerebbe di no: «Nasce da qui l’esigenza di costruire un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario. Ciò che noi vogliamo è coniugare l’intransigenza sui princìpi e sui valori, la passione per i grandi obiettivi politici e programmatici che motivano la scelta per il centrosinistra, con il rispetto per gli avversari, il ripudio della violenza reale e simbolica, il senso del limite della politica, la sua laicità». Michele Salvati ha cercato, in modo preciso, in un articolo pubblicato nel 2008 da «Il Mulino» di dettagliare l’importanza della vocazione maggioritari[3] evidenziando che solo la piena realizzazione di questa prospettiva poteva rivitalizzare un sistema politico in forte sofferenza. La vocazione maggioritaria, legittima e imprescindibile rispetto a una prospettiva di semplificazione del quadro politico, tuttavia, andava accompagnata, a mio avviso, da un progetto di riforma elettorale in senso maggioritario, che consentisse, nella logica di un principio d’alternanza, l’emergere di un paio di partiti di riferimento, ricalcando un po’ lo stile dualistico riformisti/conservatori. Tutto questo non è riuscito. Sulla legge elettorale si è andati avanti a lungo con un dibattito sterile e con veti incrociati che hanno portato a produrre, con il “Rosatellum”, un ibrido i cui risultati sono, oggi, tali da spingere la riflessione in direzione di una nuova riforma elettorale.
La legge elettorale
Nel 2017 il dibattito politico è stato quasi monopolizzato dalla riforma della legge elettorale, che più che innovazione fu una irrinunciabile priorità dettata dalla bocciatura costituzionale del Porcellum prima e dell’Italicum poi, con la tappa finale del referendum costituzionale che aveva definitivamente affossato il percorso delle riforme avviato da Renzi e dai suoi. Abbiamo assistito a un incredibile balletto di proposte che sembrava aver trovato una sintesi finale in un modello simil tedesco, proporzionale, che scaturiva da un accordo a quattro tra Pd, Forza Italia, Lega Nord e M5S, poi clamorosamente naufragato alla prova dei numeri in parlamento. Il sistema di quello che è rimasto dei partiti nazionali, è riuscito a trovare una strada nella legge promossa dal parlamentare Ettore Rosato (e che poi, secondo la consuetudine coniata da Giovanni Sartori, ha preso il nome latinizzato di “Rosatellum”) e che ha trovato una maggioranza nelle due camere per essere approvata. Si tratta di un sistema misto proporzionale e maggioritario, in cui un terzo di deputati e senatori è eletto in collegi uninominali (un solo candidato per coalizione, il più votato è eletto) e i restanti due terzi sono eletti con un sistema proporzionale di lista. Alla Camera i 630 seggi venivano assegnati in questo modo: 232 in collegi uninominali, 386 in piccoli collegi plurinominali e 12 nella circoscrizione estero. Al Senato i 315 seggi si dividevano così: 116 in collegi uninominali; 193 in piccoli collegi plurinominali e 6 nella circoscrizione estero. Come nel Mattarellum, i 232 candidati più votati in ogni collegio uninominale alla Camera e i 116 del Senato ottenevano direttamente il proprio seggio, anche se avessero ottenuto un solo voto più del loro diretto avversario, secondo la logica anglosassone del first past the post. Fu inserita una soglia di sbarramento al 3%, il territorio nazionale fu diviso in collegi plurinominali che non eleggevano in nessun caso più di 8 deputati, ma potevano eleggerne molti di meno a seconda della Regione. Nei singoli collegi plurinominali le liste erano bloccate, scelta che non andava in contrasto con le indicazioni della Consulta che aveva bocciato i listini bloccati in grandi collegi. In questo caso i collegi dovevano essere abbastanza piccoli da garantire la riconoscibilità dell’eletto, anche in considerazione del fatto che i nomi dei candidati andavano tutti scritti sulla scheda elettorale. Infine, in riferimento alle coalizioni: dopo la prospettiva dell’Italicum che premiava le singole liste, tornavano nella legge e nella scheda elettorale le coalizioni, con un gruppo di liste che potevano sostenere un singolo candidato nell’uninominale, come era nel vecchio Mattarellum, ma correre da sole nel proporzionale. Ovviamente, visto che la costituzione non prevede il vincolo di mandato e dà alle Camere autonomia, i partiti coalizzati potevano sciogliere l’alleanza in qualsiasi momento. Si tratta di una legge che fotografava, in qualche modo, il sistema tripolare venutosi a formare nel paese, e che avrebbe dovuto portare, salvo sorprese, alla composizione di governi di larghe intese sulla base di maggioranze parlamentari da ricercarsi dopo le elezioni; una legge che tuttavia non piaceva agli ex democratici di Art. 1 – Mdp, che annunciarono di voler dar corso a una raccolta firme per un referendum abrogativo. Dal pluralismo democratico proveniva subito una spaccatura che riguardava, in questo caso, anche le regole del gioco. Ma non si capiva se si trattava più di una questione di principio o di contingenza.
La riduzione dei parlamentari (da 945 a 600) e la legge elettorale hanno avuto riflessi complessi per il PD: sebbene il partito abbia votato contro la riduzione dei parlamentari nelle prime fasi, poi si è allineato, approvandola con un ampio sostegno alla Camera, mentre il “Rosatellum” era stato considerato come un tentativo di dare stabilità dopo il “Porcellum”, generando dibattito interno tra chi lo vedeva come necessario e chi lo riteneva troppo maggioritario, influenzando le dinamiche di coalizione e la rappresentanza. La posizione nei confronti della legge elettorale ha denotato il pluralismo interno al PD, ma anche un cambio di posizioni che non ha favorito una particolare chiarezza. Nel 2017 il partito, guidato da Matteo Renzi, fu parte integrante della maggioranza che approvò il “Rosatellum” difeso e considerato come l’unica soluzione possibile per evitare stallo, pur riconoscendone i limiti. Dopo le elezioni del 2018, emersero forti critiche all’interno del partito, soprattutto da parte delle correnti più progressiste e garantiste (come quella guidata da Pier Luigi Bersani, Michele Emiliano, ecc.) che proposero una serie di modifiche. Si chiedeva di ridurre il peso del maggioritario (il 37% dei seggi), ritenuto penalizzante per i partiti più piccoli e potenzialmente destabilizzante, e di virare verso un proporzionale più puro, in linea con le tradizioni di sinistra, soprattutto in vista della riduzione del numero dei parlamentari (legge costituzionale del 2020). Dopo la riduzione dei parlamentari, il dibattito si è riacceso, con il PD che ha spesso cercato di promuovere, pur senza successo definitivo, una nuova legge elettorale o modifiche che rendessero il sistema più proporzionale e meno legato a logiche di coalizione pre-elettorale, ma il Rosatellum rimase in vigore per le elezioni del 2022 mentre in tempi recentissimi la segretaria nazionale Schlein ha dato segnali di un’apertura rispetto a possibili modifiche.
Pluralismo, governabilità e crisi dei partiti catch-all
Il nodo problematico emerso dall’analisi del pluralismo democratico nel Partito Democratico può essere utilmente chiarito attraverso un più esplicito riferimento alla letteratura politologica sul rapporto tra pluralismo, capacità decisionale e trasformazione delle forme-partito nelle democrazie avanzate. In una prospettiva classica, il pluralismo è stato inteso come condizione fisiologica della democrazia liberale: esso garantisce la rappresentanza della complessità sociale e impedisce la cristallizzazione del potere in forme monolitiche. Tuttavia, come già osservava Giovanni Sartori, il pluralismo diventa problematico quando supera una soglia critica, trasformandosi da fattore di inclusione a elemento di frammentazione sistemica. In questo senso, la governabilità non è l’antitesi del pluralismo, ma il suo necessario complemento istituzionale. Nel caso dei partiti, il pluralismo interno richiede meccanismi di sintesi che consentano il passaggio dalla competizione delle idee alla decisione vincolante. In assenza di tali meccanismi, il pluralismo rischia di tradursi in una paralisi decisionale, con effetti diretti sulla capacità del partito di svolgere la propria funzione di selezione della classe dirigente e di indirizzo politico. La crisi del pluralismo democratico nel Partito Democratico può essere letta anche alla luce della trasformazione del partito di massa in partito catch-all. Come noto, questa tipologia di partito tende a ridurre il proprio ancoraggio ideologico per massimizzare il consenso elettorale, ampliando la base sociale di riferimento e attenuando i confini programmatici.
Se tale trasformazione ha favorito, almeno in una prima fase, la vocazione maggioritaria del PD, essa ha anche prodotto un effetto collaterale rilevante: l’indebolimento dei meccanismi di integrazione interna. In un partito catch-all, il pluralismo non è più mediato da una cultura politica condivisa e da strutture organizzative forti, ma si esprime come coesistenza di leadership, reti e orientamenti spesso scarsamente coordinati. Il confronto con il modello del Partito comunista italiano consente di cogliere una differenza cruciale: nel PCI il pluralismo, pur fortemente delimitato, era incardinato in un sistema di regole e di lealtà organizzative che garantiva l’unità dell’azione politica. Nel Partito Democratico, al contrario, il pluralismo tende ad assumere una forma disorganica, priva di efficaci strumenti di composizione. Questa transizione dal pluralismo organizzato al pluralismo disorganico rappresenta uno dei principali fattori di crisi della governabilità interna del partito e contribuisce a spiegare la difficoltà del PD nel presentarsi come soggetto politico unitario, capace di tradurre la diversità delle posizioni in una proposta di governo riconoscibile. Infine, il problema non riguarda esclusivamente il Partito Democratico, ma investe l’intero sistema politico italiano. In un contesto caratterizzato da frammentazione partitica, volatilità elettorale e indebolimento delle culture politiche tradizionali, l’incapacità dei principali partiti di sintetizzare il pluralismo interno si riflette in una più generale crisi della rappresentanza e della governabilità. Il caso del PD assume dunque un valore paradigmatico: esso mostra come il pluralismo, se non accompagnato da adeguati strumenti istituzionali e organizzativi, possa trasformarsi da risorsa democratica in fattore di instabilità politica.
Bibliografia
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[1] S. Sechi, L’austero fascino del centralismo democratico, in «Il Mulino», n. 3, 1978.
[2] V. Ferla, La nuova frontiera del Riformismo, «Libertàeguale», 30 novembre 2017
[3] M. Salvati, Un partito a vocazione maggioritaria, «Il Mulino», 1/2008, pp. 76-83
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