Nato nel 2005 a Roma, ha conseguito il diploma di maturità presso il Liceo Classico Linguistico “Immanuel Kant”. Attualmente studia Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università di Roma “La Sapienza”. Si occupa principalmente di storia del pensiero politico.
Gli eventi geopolitici del nostro tempo sono la diretta conseguenza della crisi che gli statunitensi stanno attraversando. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica gli Stati Uniti si sono affermati come superpotenza mondiale, esercitando un controllo più o meno diretto su gran parte del globo, attraverso la potenza militare e il monopolio del commercio internazionale. Tuttavia, negli ultimi anni, questo primato è stato gradualmente minacciato dall’emergere di un’altra superpotenza: la Repubblica Popolare cinese. Questa crisi sul piano geopolitico si riflette direttamente nella crisi interna che affligge la società americana.
Per comprendere le cause di questo fenomeno bisogna partire dall’evento più traumatico della storia recente degli Stati Uniti: l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001. A seguito della tragedia, il presidente George Bush ha dato il via alla cosiddetta “war on terror”, una lotta mondiale contro il terrorismo islamista e antiamericano. Questa operazione ha portato gli Stati Uniti ad impantanarsi in conflitti irrisolvibili in Iraq ed Afghanistan, destabilizzando l’intera regione mediorientale e fallendo nell’utopia di esportare il proprio sistema democratico. Questi episodi agli occhi del popolo americano sono stati la dimostrazione dell’impossibilità di governare un pianeta di 7 miliardi di persone e dell’astio irriducibile che gran parte della popolazione mondiale prova nei loro confronti. Potrebbe sembrare una banalità, ma questa realizzazione è drammatica se teniamo conto che il principio su cui si è formato l’Impero statunitense è un’ambizione universalista di redenzione dell’intera umanità. Questo aspetto peculiare del popolo americano deriva dalla natura millenarista del calvinismo dei padri fondatori, che lasciarono il continente europeo alla volta del nuovo mondo.
I puritani che nel XVII secolo fondarono le prime colonie nella costa nord-orientale del Nord America misero alla base della loro nuova forma di società quelle credenze apocalittiche-millenariste che si erano sviluppate in seno alla dottrina calvinista. L’esperienza riformatrice dei puritani parte dalla credenza di dover porre le basi per la venuta del regno millenario di Cristo sulla terra, sconfiggendo la Chiesa di Roma, considerata l’Anticristo. I padri fondatori, che nel 1620 fondarono la colonia di Plymouth sulle coste del Massachusetts, portarono con loro la Bibbia di Ginevra, testo cardine del protestantesimo inglese, che si concentra sullo scontro tra il bene e il male, il cui esito avrebbe portato alla fondazione della nuova Gerusalemme [1]. Successivamente, un altro gruppo di puritani salpò verso il continente americano, guidati dal teologo John Winthrop, che a bordo della propria imbarcazione pronunciò un sermone definendo l’insediamento che stavano per fondare come “a city upon a hill”, una città sulla collina, il nuovo modello di società che avrebbe guidato il mondo intero verso la via della riforma: “Scopriremo che il Dio di Israele è tra noi […] ;quando Egli ci trasformerà in Suo elogio e gloria, sicché gli uomini diranno delle colonie che verranno in seguito “Possa il Signore renderla come quella del New England”. Poiché dobbiamo considerare che saremo come una città sulla collina. Gli occhi di tutti sono su di noi [2].” I puritani credevano di essere il nuovo popolo prescelto da Dio per realizzare il regno di Cristo; a partire da questa concezione che essi avevano di sé stessi scaturisce il mito dell’eccezionalismo americano, quella dottrina che ritiene gli Stati Uniti una nazione unica e superiore, il cui destino è la diffusione della democrazia e della libertà. Questa la base valoriale su cui nasce l’Impero americano. Nel momento in cui gli statunitensi non credono più nella loro missione universale, ma anzi si oppongono ad essa, l’ordine unipolare imposto dagli Stati Uniti dopo la guerra fredda comincia a scricchiolare.
Il popolo americano, posto di fronte al fallimento delle ambizioni globaliste di diffusione della democrazia e dell’“american way of living”, reagisce in due modalità opposte, le quali vanno a determinare la profonda frattura interna che si registra oggigiorno. Alcuni, posti di fronte all’odio che una parte della popolazione globale prova nei loro confronti, trova una risposta nei crimini commessi dai propri antenati: schiavismo, guerre, razzismo, genocidio. Da questa autoflagellazione scaturisce la cultura woke e, nella sua forma più estrema, la “cancel culture”, quel movimento culturale emerso negli anni ’10 che mira ad un rifiuto del proprio passato attraverso la distruzione di statue o la cancellazione di feste nazionali e opere letterarie non conformi alla propria morale. Il mondo ci odia perché ci siamo macchiati di crimini imperdonabili: questa l’idea di fondo che guida il pensiero della sinistra woke americana. Parliamo degli americani delle coste, spesso rappresentati dalla cinematografia hollywoodiana. Sul versante opposto si trovano gli americani dell’entroterra, la grande “maggioranza silenziosa” alla base del movimento MAGA (Make America Great Again). In questa porzione della popolazione la disillusione verso l’esportazione dell’”american way of living” si traduce in utopie isolazioniste. Così ragiona l’America trumpiana: se governare il mondo è impossibile, allora ritiriamoci nel nostro continente. Uno dei pilastri dell’ideologia MAGA è la fine delle cosiddette “endless wars”, quei conflitti senza fine in cui gli Stati Uniti si sono ritrovati per realizzare improbabili cambi di regime e instaurare democrazie, che chiaramente non vedono mai la luce del sole. Secondo questa parte di America l’interventismo in politica estera ha portato ad un indebolimento del paese, che per tornare grande deve chiudersi nei propri confini e pensare alle questioni interne. Non è compito dei soldati americani “risolvere antichi conflitti in terre lontane di cui molte persone non hanno neanche mai sentito parlare”, afferma il Presidente Trump [3]. Abbandonare l’Impero per salvare la Nazione: questa è l’utopia della destra statunitense e la lente attraverso cui leggere la politica estera dell’amministrazione Trump. L’operazione militare in Venezuela e la volontà di annettere la Groenlandia hanno come obiettivo la creazione di una fortezza nel continente americano, in cui gli Stati Uniti possano trincerarsi e ritirarsi da un mondo ingovernabile e avverso. Tramonta l’Impero a stelle e strisce, mentre all’orizzonte sorge il nuovo ordine multipolare.
Bibliografia
1. Carmela Maria Rita Leonforte, Il regno che sarà. Millenarismo e attese escatologiche nella moderna tradizione cristiana del Nord America, 68-69
2. John Winthrop, A Modell of Christian Charity (1630)
3.https://www.reuters.com/article/world/us/trump-to-west-point-grads-we-are-ending-the-era-of-endless-warsidUSKBN23K0PQ/
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