Lara Gallarati (1994), diplomata al Liceo Scientifico "Paolo Frisi" di Monza, è avvocato a Milano. Collabora con la rivista online «Salvis Juribus» e con il blog "DirittoConsenso".

Nell’antica Islanda, chi violava le leggi si dava alla macchia dopo la messa al bando: passava la vita nei boschi, lontano dalle comodità e dalla protezione della civiltà, immerso in un costante pericolo per la propria sopravvivenza, ma libero, proclamando la propria volontà di affermarsi con le proprie forze.

Questa origine storica del concetto di “passaggio al bosco” ispira Jünger nello scritto noto in Italia come Trattato del ribelle (pubblicato da Adelphi nel 1990 e più volte ristampato), ma la cui edizione originale tedesca, risalente al 1951, recava appunto il titolo di Der Waldgang. Trattasi di un breve saggio socio-politico che si pone nella prospettiva di colui che viene posto, in apparenza democraticamente, di fronte alla scelta tra libertà o necessità e sceglie la prima, sfidando la maggioranza dei consociati e un radicato sistema politico di propaganda e controllo.

In questo binomio, per necessità si intende il tecnico, il tipico, il collettivo, ciò che è quasi unanimemente accettato e ritenuto moralmente superiore, mentre la scelta della libertà, cioè per l’appunto il passaggio al bosco, non è solo sociale e/o politico, ma assume anche il significato di un viaggio individuale, interiore, nella coscienza. Questa ribellione viene trattata sotto tre principali punti di vista.

Una prima dimensione subito toccata da Jünger è quella politica e sociale, con una forte critica nei confronti dello strumento elettorale usato per finalità lontanissime dalla realizzazione della sovranità popolare. Jünger delinea gli elementi costitutivi di una sostanziale tirannide, mascherata da democrazia.

Le elezioni sono concepite come mezzo con cui dare un’illusione di libertà, dimostrando che non è venuta meno la possibilità di esprimere dissenso: la minoranza è strumento altrettanto utile alla tirannide quanto lo è la maggioranza, proprio perché dimostra che è possibile dire “no”.  In realtà, però, costituisce un mascherato plebiscito, essendo accompagnato dall’imposizione di una superiorità morale della maggioranza e dal tentativo di isolare chi non ne fa parte.

Inoltre, il quesito posto alla popolazione è comunque uno strumento di imposizione dall’alto delle regole, con un’evidente “detronizzazione politica delle masse”, ulteriormente illuse di avere un potere nel processo di formazione della legge che, in realtà, non hanno in quanto semplicemente costrette a scegliere tra due opzioni già predeterminate.

Secondo profilo che stimola il passaggio al bosco è il rapporto dell’essere umano e della società con la tecnica e il suo sviluppo. Jünger osserva che l’uomo è disposto a rinunciare o comunque a limitare il proprio potere decisionale pur di ottenere comodità, agevolazioni tecniche, soluzioni rapide, inconsapevole del sacrificio di margini di libertà e comunque ad esso indifferente nel momento in cui ottiene tutti i comfort di cui ha bisogno. Infine, la dimensione individuale: chi è il Ribelle del titolo?

Forse è merito di questo voto, o meglio di chi lo ha espresso, se non si avvera la minaccia che sempre incombe su di noi di essere ridotti allo stato di termiti.

Ribelle è colui che ha un profondo, nativo, indissolubile rapporto con la libertà e che è disposto a rimanervi fedele ad ogni costo, anche rinunciando ad una vita semplice in quanto agiata e adagiata sul comune sentire. E’ colui che rifiuta qualsiasi forma di automatismo e conseguente fatalismo; colui che non si rassegna “all’irreggimentazione zoologico-politica” che vuole le persone addomesticate alle ragioni del collettivo, adagiate nell’alveo delle strutture collettive, impaurite dai pregiudizi, così da non essere più capaci di difendersi; è colui che rifiuta una società in cui non si esercita il pensiero.

Suggestivo è il contrasto Deserto/Bosco che Jünger propone: il deserto arido è ciò che offre una società così massicciamente manipolata; il bosco, fertile simbolo di vita, è quella dimensione interiore in cui si riesce a raggiungere una moralità vergine, non inquinata dalle sovrastrutture della politica e del pregiudizio sociale e dove può individuarsi ciò che è veramente giusto: «Guai a chi alberga deserti: guai a chi non porta con sé, anche solo in un’unica cellula, quel tanto di sostanza originaria che assicura continuamente nuova fertilità». Jünger sostiene che l’uomo sia, nel corso della storia, ciclicamente chiamato a confrontarsi con una realtà siffatta, con poteri in questo senso tirannici. Viene da chiedersi se sia così anche oggi.

Per quanto riguarda il profilo politico e sociale, forse le analogie più evidenti si riscontrano sotto quello della moralità sociale e della forza oppressiva dei pregiudizi. Viviamo in una società la cui felicità, purtroppo, spesso dipende da strutture morali collettive e nella quale le persone vengono valutate per stereotipi, i dibattiti vengono semplificati per tifoserie, tutto è dicotomizzato in giusto o sbagliato. È un meccanismo, in parte naturale, con cui il nostro cervello elabora le informazioni, semplificandole. Però diventa deleterio se questo processo di semplificazione porta all’incapacità di sviluppare un pensiero più profondo e complesso. Siamo ancora in grado di comprendere davvero la realtà, il senso degli avvenimenti storici, l’animo umano, le sfaccettature della personalità, interagendo gli uni con gli altri? Questa capacità di comprensione richiede pazienza, osservazione, ascolto.

È poi c’è la questione del tempo. Tempo che non riteniamo più importante prenderci, perché troppo occupati a diventare performanti e utili, produttivi. A questa rapidità, all’impazienza dei risultati ci ha abituati una tecnica sempre più evoluta, che ci sta abituando ad avere tutto subito e che, forse, sta rendendo un po’ robotici anche noi. Non riteniamo sia importante capire che società siamo, che società stiamo diventando, qual è la nostra prospettiva futura. Ma anche sul piano individuale: in quanti si chiedono «che persona sono io? Che persona voglio diventare?». Ci si chiede come ottenere i mezzi per vivere, come ottenere le comodità che si desiderano e questi sono i parametri per ritenere se si sia degni di trovare uno spazio nella società o se si sia invece destinati ad essere lasciati indietro, abbandonati. Il resto è spreco di tempo.

In questa realtà, forse, il Ribelle di Jünger è colui che non si accontenta di questo e che manifesta la propria personalità in autonomia, non permette di essere sopraffatto da questi meccanismi, non teme l’isolamento esercitando un vero, non retorico, anticonformismo. Il suo passaggio merita ancora la nostra attenzione.

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