Recensione a: F. Zini, Il dovere di essere. Attualità del pensiero di Sergio Cotta, Studium, Roma 2020, pp. 208, € 19,00.

Nella filosofia del diritto l’Italia del Novecento può vantare contributi originali e fecondi per la storia del pensiero europeo, e non solo. Tra i molti nomi illustri, particolare menzione merita Sergio Cotta (Firenze, 1920 – Firenze, 2007). Un maestro della filosofia del diritto, senz’altro, ma anche della filosofia politica contemporanea, come osserva giustamente Francesco Zini, il quale riesce nell’impresa non facile di “rendere presente e attuale” il pensiero di Cotta. Impresa resa forse un po’ meno ardua dal fatto che è possibile, sempre secondo Zini, rilevare una «valenza profetica» nell’opera del giurista fiorentino, in quanto capace di anticipare le sfide della nostra contemporaneità.

Zini prende le mosse dall’«ontofenomenologia giuridica», concetto centrale nella riflessione di Cotta, con cui il filosofo fiorentino intendeva proporre una sorta di “terza via” feconda tra formalismo e giusnaturalismo. Il fenomeno giuridico, se osservato con piena aderenza al vissuto storico, conferma che l’uomo non vive isolato, ma agisce sempre in relazione ad altri. La fenomenologia non si ferma però alla superficie. Cerca piuttosto di risalire alla struttura profonda dell’essere (l’on). Il diritto viene pertanto scoperto come una necessità oggettiva che scaturisce dalla natura relazionale dell’uomo. L’individuo scopre ben presto di essere limitato, finito e insufficiente a sé stesso. La consapevolezza della propria direttività e indigenza genera il bisogno dell’altro e, di conseguenza, la necessità di regole che disciplinino l’interazione che ne scaturisce.

Com’è noto, il giuspositivismo sostiene che il diritto è un insieme di norme poste da un’autorità sovrana, valide indipendentemente dal loro contenuto etico. Ne deriverebbe pertanto una separazione di fondo tra diritto e morale. E qui scatta la contestazione cottiana. Per il positivista il diritto è funzione perché serve a regolare la forza. Per Cotta, invece, il diritto è struttura dell’esistenza. Se il positivismo si chiede «com’è fatta la norma?», l’ontofenomenologia si chiede «perché l’uomo ha bisogno del diritto?». Se il diritto è solo ciò che il legislatore decide, allora qualunque comando (anche quello di un regime totalitario) è diritto. Cotta obietta che una regola per essere autenticamente “giuridica” deve rispettare la struttura della coesistenza. Se una norma nega l’altro-da-sé, non si tratta di «diritto ingiusto» ma di «non-diritto». Come osserva Zini, «uno degli aspetti maggiormente emblematici della coesistenzialità relazionale si manifesta nella condizione di “dipendenza ontologica” da qualcun altro» (p. 37). Ciò non ha a che fare soltanto con la nascita (siamo procreati da qualcun altro). L’esistenza tutta è una possibilità di vita che si realizza soltanto rapportandosi e misurandosi con gli altri a causa di quella mancanza di essere, o, come lo chiamava Cotta, «debito d’essere», che obbliga – ed ecco quindi il dovere – a intessere relazioni e stipulare accordi in quella ricerca di durata che ci contraddistingue in quanto esseri finiti. Il debito d’essere comporta una sorta di istanza di giustizia che precede le leggi scritte.

Inoltre, mentre per il positivismo la sanzione (la pena) è ciò che rende giuridica una norma, per Cotta è solo un elemento accidentale. L’essenza del diritto è la coordinazione pacifica basata sul riconoscimento reciproco. Ovviamente il riconoscimento non è mai immediato, tanto meno scontato. Anzi, le relazioni umane oscillano tra amicizia e ostilità, passando attraverso innumerevoli gradazioni e sfumature. Resta il fatto che il positivismo giuridico ha rinunciato a porsi la domanda sul “perché” del diritto e dell’obbedienza alla norma, di fatto indebolendo la stessa cogenza dell’ordinamento giuridico, a cui ci si conforma più per convenienza o paura che per altro ordine di ragioni. Di qui il ritorno di attenzione nei confronti del diritto naturale, criticamente inteso però, perché quel “naturale”, precisa Zini, «non va inteso in senso naturalistico-biologico» (p. 99), dal momento che la natura di cui si parla è quella dell’uomo. Questi non si riduce a zoé, termine della celebre diade propria del pensiero greco antico con cui si indica la vita biologica nel suo senso più ampio e generico. Zoé è la vita intesa come puro fatto biologico, la “nuda vita” che accomuna tutti gli esseri viventi (animali, piante, esseri umani). Rappresenta il ciclo della nascita, della nutrizione e della riproduzione. Bìos, invece, indica la vita qualificata, ovvero la vita propria dell’uomo in quanto essere razionale e sociale. Non è il semplice vivere, ma il “modo di vivere”. Il bìos è la vita che si svolge nella polis, caratterizzata dal linguaggio, dalle scelte morali, dalla politica e, per l’appunto, dal diritto. È il bìos ciò che proteggiamo con le leggi. Nel pensiero di Cotta, e nell’articolato commento che ne offre Zini, questa distinzione serve a fondare l’ontofenomenologia giuridica. Se l’uomo fosse solo vita biologica, il diritto non sarebbe necessario, basterebbe l’istinto o la legge del più forte. Il diritto interviene proprio perché l’uomo ha un bìos, ovvero una vita che richiede riconoscimento, rispetto e dignità. La coesistenza pacifica non serve a far sopravvivere la cellula (biologia), ma a far fiorire la persona (ontologia). In ambito di bioetica il rischio che si corre è ridurre l’uomo a pura zoé, un insieme di organi, dati genetici o funzioni vitali, dimenticando il bìos, ovvero la storia, i valori e la relazione ontologica con l’altro, che poi è sempre una pluralità di soggetti simili ma irriducibili.

Ecco così dimostrata l’estrema attualità del pensiero di Cotta, inseribile nel dibattito bioetico contemporaneo, poiché sposta il focus dal volere individuale all’essere della persona. Una bioetica di matrice cottiana parte dal riconoscimento della fragilità ontologica. L’uomo non è un soggetto assoluto che può disporre di sé e degli altri a piacimento, ma è un essere che riceve la vita. In ambito bioetico spesso si confonde il desiderio individuale con un diritto. Si vedano, ad esempio, certe pratiche di manipolazione genetica. L’ontofenomenologia pone un limite: il diritto deve tutelare l’essere, non assecondare ogni volere tecnico. La dignità è assunta come dato originario, non come concessione. Nelle questioni relative al fine-vita (eutanasia) o all’inizio della vita (embrioni), l’approccio di Cotta suggerisce che la dignità non dipende dalla capacità di intendere o di volere (funzionalismo) ma dall’appartenenza alla struttura comune dell’essere umano. È da qui che sorge l’eventuale richiamo all’inviolabilità. Inoltre, dal momento che siamo intimamente costituiti dalla relazione, le scelte bioetiche non sono mai puramente private. Il suicidio assistito o la manipolazione genetica interpellano il senso stesso della nostra comune umanità. Nella prospettiva suggerita da Cotta, la giustizia non è un ideale astratto, ma la condizione stessa per cui il diritto rimane fedele alla sua funzione ontologica, ossia proteggere e promuovere la coesistenza umana.

In conclusione, nell’ottica cottiana il diritto non è un’imposizione esterna, ma la condizione di possibilità della coesistenza pacifica, scaturente dalla struttura stessa dell’essere umano. Il diritto non è una costruzione artificiale, il suo fondamento è consustanziale a ciò che fa dell’umano un essere distinto e ulteriore rispetto all’animale. Una differenza ontologica, quella tra umano e animale, che non deve tradursi in una gerarchia di dominio, semmai favorire una ridefinizione critica della relazione. È questo il tema centrale di una più recente opera di Zini (L’altro non umano. la questione della soggettività animale, Studium, Roma 2024), debitrice senz’altro di questa precedente e preliminare ricognizione sul pensiero cottiano. Passare da un’ontologia della separazione ad una della relazione: questo il lascito prezioso della filosofia giuridica di Sergio Cotta che ci chiede di ripensare il diritto. Zini ci mostra come applicare la riflessione cottiana alla bioetica significa riscoprire che esiste un «dovere di essere» che ci impone di non ridurre l’uomo a materiale biologico disponibile. Il diritto bioetico, in quanto tale, non deve solo permettere o vietare, ma saper custodire l’umano.

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