Luciano Peccarisi è specialista in Neurologia e divulgatore. Da molti anni si interessa del rapporto tra il cervello, mente e mondo. Ha pubblicato Il miraggio di 'conosci te stesso'. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, Armando, Roma 2008; Dialogo tra il Cervello e il suo Io, Aracne, Roma 2014; Quando il cervello immagina. Le due dimensioni della mente, Fabbrica dei Segni, Milano 2021; Sono un cervello che parla,Tempesta, Roma 2021.

Quando la mattina ci svegliamo e apriamo gli occhi è come se si alzasse un sipario e, con un flusso continuo di immagini, osserviamo lo spettacolo del mondo. Tutto si accende, s’illumina e diventa chiaro, comprensibile. Non è lo stesso scenario che si presenta alla rondine, allo squalo, al coccodrillo o al nostro cane o gatto. Il mondo è sempre quello, ma ognuno ne ha una diversa rappresentazione. Quelli che non hanno occhi e cervelli, vivono in mondi incomparabilmente diversi dal nostro. Il grande teatro è lo stesso ma ognuno indossa una maschera diversa, quella del lupo, dello scimpanzé, del pitone, del ragno con la parte da recitare già scritta nel loro patrimonio genetico. Il leone non può fingere di essere una gazzella o il passero un’aquila. Tutto è fissato dall’evoluzione. L’orso polare sta benissimo tra i freddi ghiacci e il cammello nei deserti sabbiosi e caldi. Un solo animale non ha una maschera fissa e nell’ambito della sua stessa specie la cambia, assumendo di volta in volta aspetti diversi, è l’essere umano, il cui copione è l’unico a scrivere anche da sé. L’aprirsi di un mondo equivale a vivere, che a sua volta significa avere coscienza di qualcosa. In alcuni è un senso generico e vago, altri più raffinato, fino a noi che abbiamo perfino l’autocoscienza, quella che permette di fare domande sulla nostra stessa coscienza. Non solo, ma mentre gli animali provano piacere, dolore, paura, come funzioni biologiche legate al corpo, noi conosciamo anche la gioia, la sofferenza o l’angoscia che sono dimensioni della mente che conosciamo tramite i nostri stati mentali personali. Per questo siamo animali che conoscono la risata, il pianto, la vergogna, il rimorso, la nostalgia, la vendetta, l’orgoglio, l’ammirazione, l’imbarazzo, ecc. Rispetto alle emozioni degli animali, questi stati di coscienza possiamo definirli sentimenti, che poi sono la base di quelle prestazioni solo nostre come la passione per l’arte, la musica, la letteratura, la filosofia o la scienza.

Mondo esterno e mondo interno

Ogni essere vivente possiede una prospettiva, ognuno vive nel proprio mondo che riconosce come la “realtà”. Il pipistrello lo fa tramite gli ultrasuoni, il cane attraverso gli odori, il mondo dei pesci è il mare, quello degli uccelli il cielo. Lo stesso pianeta è filtrato e interpretato dagli organismi viventi che lo sanno fare perché è da esso che provengono, essendo loro stessi spicchi di ambiente riflesso, “apparati immagine del mondo”, come li definiva Konrad Lorenz (Lorenz, 1991) (1), in costante interazione. Noi siamo nati come una specie di scimmia e il nostro mondo era quello ominide, pianure erbose, foreste, montagne, fiumi, animali carnivori ed erbivori. Per tutti gli esseri viventi, la realtà è il mondo esterno, dove si nascondono i pericoli e vi sono le opportunità di alimentazione e di riproduzione. Il mondo interno è in pratica assente, non serve; anche il proprio corpo è mondo esterno che si può grattare o leccare in caso di ferite. Il mondo interiore, l’interiorità e la coscienza, nasce dopo “il grande salto” (come lo definisce Jared Diamond nel suo celebre libro Armi, acciaio e malattie) che noi abbiamo fatto, grazie all’invenzione del linguaggio e alla costruzione sociale e culturale. Quando arriviamo nel mondo, abbiamo di fronte a noi il mondo naturale connaturato con i nostri sensi, quindi non siamo adatti per stare sott’acqua, nel cielo, sui ghiacci o nel deserto. In più abbiamo costruito un nuovo mondo con un arredamento che era assente in quello naturale. Costituito da libri, strade, città, auto, cinema, televisione, cellulari, computer, ecc. Abbiamo inventato parole, termini, frasi, discorsi per descrivere il mondo esterno; ed è nato anche, per riflesso, il mondo interno. Con il linguaggio è nata l’immaginazione perché le parole inventate possono contenere fantasie innaturali, come l’elefante rosso che volava, il drago che sputava fiamme, il Dio del vulcano. Inoltre abbiamo inventato le parole per la descrizione di nostri stati mentali invisibili interni. Anche prima la ‘paura’ esisteva, ma con la parola questa sensazione diventa visibile e tutti la possono osservare, manipolare, studiare, raffinare, dividere, caratterizzare con tonalità diverse, timore, tristezza, depressione, ansia, costernazione, terrore. Naturalmente la descrizione del mondo interno non è come quella esterna che tutti possono guardare, indicare, negoziare e infine trovare il termine per descriverla e quindi un accordo. Quello interno non si vede e ognuno lo percepisce in modi diversi. Tuttavia con uno sforzo di metafore anche il mondo interno è nato e con esso la ‘persona’ che significa maschera.

La trasformazione del cervello

In passato si credeva che si nascesse con il cervello e i suoi neuroni e poi mano a mano che il tempo passava e si andava verso l’invecchiamento, vi era una perdita continua e inarrestabile, e quindi un declino della capacità mentale. Era un dogma inflessibile. Il cervello, ora si sa, è un organo altamente plastico. Cameron Mott, all’età di quattro anni aveva violente crisi epilettiche e cadeva a terra, era costretta a indossare un casco. I neurochirurghi le asportarono metà del cervello, le conseguenze furono relative, ha debolezza in metà del corpo ma è indistinguibile dagli altri bambini rispetto alla comprensione, linguaggio, musica, matematica e riesce bene a scuola, “la parte restante del suo cervello si ricablò dinamicamente per accollarsi le funzioni mancanti” (Eagleman, 2016) (2). Grazie alla plasticità del cervello si è potuta sviluppare la scrittura e la lettura “anche nell’arco della breve durata della vita umana, l’esperienza – la selezione esperienziale – è un agente di cambiamento potente come la selezione naturale” (Sacks, 2011) (3). La plasticità è un principio fondamentale del nostro sistema nervoso centrale, della sua anatomia e della sua funzione. Secondo lo storico principio “usalo o perdilo”, applicabile a ogni funzione cerebrale, divenuto popolare nelle neuroscienze nella seconda metà del XX secolo, la plasticità è un fenomeno attivo che deve essere mantenuto attraverso un impegno costante in una data funzione cerebrale cognitiva, motoria o percettiva (ovvero, plasticità dipendente dall’attività e dal tempo) (Pascual-Leone e al., 2005) (4). La sua capacità di adattarsi e modificare la sua struttura e funzione in relazione agli stimoli e alle richieste esterne e interne. Quindi è un organo sempre in movimento. Si modifica con tre fondamentali meccanismi, chimico, strutturale e funzionale. Il primo si attua attraverso la comunicazione tra i neuroni nel loro punto di contatto e cioè la sinapsi, dove lo spazio è attraversato da una sostanza chimica il neurotrasmettitore. Più attività si svolge e maggiori sono le sinapsi interessate e la quantità di neurotrasmettitore rilasciato. Se si compiono molti allenamenti, ripetizione e pratica, quel tipo di connessione si stabilizza e si memorizza. Come per esempio imparare a suonare. La modificazione chimica si perde ma con la ripetizione si ha una modificazione strutturale molto più resistente al tempo. Il cervello lavora sempre insieme, quasi mai per settori singoli, uno stimolo completo e continuo nel tempo fin dalla nascita è per esempio nostra madre, la vediamo con gli occhi, annusiamo il suo profumo, ascoltiamo i suoi suoni, la tocchiamo, tutte queste aeree cerebrali si attivano insieme sia alla vista sia al ricordo di mia madre, perché sempre collegate tra loro e si legano in modo forte e duraturo. Se per strada percepiamo un profumo o una voce che la richiama, nella nostra mente ci sovviene la sua immagine completa, perché tutto il circuito cerebrale si è riattivato. Non solo ma si è osservata una neuro-genesi, cioè formazione di nuovi neuroni, a livello del nucleo dell’ippocampo (regione temporale) e non è un caso perché questa struttura è importante per la formazione e conservazione dei ricordi e quindi dell’apprendimento. Esperimenti con topi in gabbie arricchite con molti stimoli, confrontati con altri topi privi di stimolazioni, hanno evidenziato all’anatomia che il cervello dei primi era di pesante e più ricco di neurotrasmettitori e di sinapsi. I taxisti di Londra hanno un ippocampo più grande perché devono sapere a memoria l’intera mappa stradale della città. La plasticità che rende flessibile il nostro cervello-mente, è il contrario di quella che si riscontra ad esempio nei malati di Alzheimer «il cui presente non proviene da alcun passato, il cui futuro non ha alcun avvenire; un’improvvisazione esistenziale assoluta» (Malabou, 2019) (5).

La maschera

La forza più potente per plasmare e modificare il cervello, e quindi la mente, è stata la capacità linguistica che trasformando il mondo si è riflessa sul corpo stesso e sul cervello. Con la nascita del linguaggio, nasce la possibilità di dialogare e porsi le domande. Come fanno tutti i bambini, con la loro entrata nel mondo degli adulti. La prima domanda non poteva che riguardare la morte, l’evento più sconvolgente e inspiegabile che si svolgeva sotto i loro occhi, sia degli animali sia dei loro compagni. Domande che nessun animale può porsi perché non dialoga con nessuno, nemmeno con se stesso, non usufruendo delle parole come strumenti per comunicare e pensare. Che spiegazione dare alla morte? Nessuna per gli animali, il programma della loro vita non prevede questa domanda che sarebbe un fardello e una preoccupazione inutile e non necessaria. Ma noi che ci siamo costruiti un nuovo programma e un secondo copione da interpretare dobbiamo scriverlo. La prima risposta fu che il corpo era solo la casa che custodiva uno spirito vitale, così sorsero il culto dei morti e le tombe, dove il cadavere aspettava l’uscita dello spirito vitale, dalle più piccole alle immense dei potenti della terra. Ma non è solo negli uomini che risiede lo spirito ma in tutte le cose, nel sole, nel cielo, nel vulcano, nell’animale. Bisogna essere amici e offrire sacrifici, danze per la pioggia o per il calore del Sole, per non fare eruttare il vulcano o il fiume inondare la terra. Tutto il mondo diventa un grande teatro, dove si svolge la lotta, gli amori, gli odi, le vendette, i soprusi e i perdoni. Comincia a formarsi quella che diventerà la coscienza umana, quella in grado di concepire il mondo come un gran teatro, passibile di essere rappresentato, così come appare dalle pitture rupestri di 30-40 mila anni fa. Teatro significa visione, da teoria, osservare, guardare, essere spettatore, ognuno si procurerà la propria maschera e un ruolo da recitare. “Nel secondo copione, dove prevale l’apprendimento individuale, siamo tutti diversi” (Peccarisi, 2025) (6). La coscienza animale non è in grado di farlo e si ferma al livello della nostra coscienza vigile, quella con cui siamo orientati nel tempo e nello spazio. Una coscienza, per così dire, meccanica e non creativa, perché la creatività, l’immaginazione, l’arte, hanno bisogno di pensieri non meccanici ma liberi, disordinati, comparabili gli uni con gli altri, che possano evolvere nell’ambito di una comunità. Ogni animale ha già l’interpretazione del mondo collaudata dalle generazioni della specie animale cui appartiene, non deve apportare alcuna modifica. L’animale è solo corpo di cui è soggetto, deve provvedere alla sua fame, sete, impulso sessuale, ecc. Noi “abbiamo” un corpo ma non ne siamo completamente soggetti; siamo anche il soggetto del nostro corpo che possiamo usare, gestire, inibire, suicidare, mantenere casto, sacrificare, abbellire, castigare, ecc. Questa è la differenza antropologica della coscienza umana. Per questo indossiamo la maschera, rappresentante della nostra coscienza, espressione del nuovo cervello modificato dal mondo culturale e sociale. Siamo attori che recitano con le azioni e i comportamenti del loro corpo, con cui ricopriamo un’interiorità immaginata, preclusa a tutti. Nessuno può conoscere la coscienza degli altri.

NOTE

1) Lorenz, K. ( 1991) L’altra faccia dello specchio, gli Adelphi, p. 29.

2) Eagleman, D. (2016) Il tuo cervello, la tua storia, Corbaccio, Milano, p. 158.

3) Sacks, O. (2011) L’occhio della mente, B. Adelphi, Milano, p. 86.

4) Pascual-Leone, A., Amedi, A., Fregni, F. & Merabet, L.B. La corteccia cerebrale umana plastica. Annu. Rev. Neurosci. 28, 377-401 (2005).

5) Malabou, C. (2019) Ontologia dell’accidente, Saggio sulla plasticità distruttrice, Meltemi, Milano, p. 31.

6) Peccarisi L. (2025) Il cervello e i suoi segreti. La maschera della mente, ed. Diarkos (RM), p. 16.

Loading