Peter Genito (1972) è narratore e poeta performer. Lavora come bibliotecario a Firenze. Tra le sue opere: Dal buio al cuore. Poesie e pensieri 1999-2011 (2011), A fioca nen. Racconti (2014) Lecce Homo romanzo (2016), Fanfiuchè poesie (2019). Ha curato l’antologia Tredici. I poeti del Bandino (2020). Labirinto di sangue (2024) è il suo terzo romanzo.

L’umanità vive oggi uno sbandamento culturale, epistemologico, etico senza precedenti. Il passaggio dall’infosfera alfabetica a quella digitale e il conseguente passaggio dal modello cognitivo congiuntivo al modello connettivo, ha mediatizzato i fenomeni sociali e mutato nel profondo le aspettative psicologiche individuali. Il patrimonio culturale da sistema basato principalmente sui beni materiali, si è trasformato in un ecosistema digitale basato sulle relazioni. In particolare le biblioteche, che in altre epoche storiche hanno guidato cambiamenti socioculturali, rischiano oggi di perdere la loro identità, la loro stessa ragion d’essere. Il loro appeal, già ridotto negli ultimi anni dal calo dei consumi culturali e dalla scarsa propensione a leggere delle persone, è stato messo a dura prova dalla pandemia. Durante l’emergenza pandemica i clouds, apparsi nella loro nuda e cruda funzionalità, hanno sostituito le biblioteche “piazze del sapere” e “granai della conoscenza”. I bibliotecari vivevano nel cloud anche prima del Covid, ma soltanto con la pandemia hanno compreso quanto fosse rischioso lasciare il cloud nelle mani delle multinazionali dell’ICT, con le conseguenze nefaste in termini di analfabetismo funzionale e aumento della povertà educativa a tutti i livelli. Le biblioteche pubbliche sono oggi “sistemi sociotecnologici” inseriti nei diversi contesti sociali, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030. Sia che si parli di “biblioteche sociali” o di “biblioteche di comunità”, nello scenario del semiocapitalismo, ovvero in un’economia di sovrabbondanza cognitiva, diventa doveroso comprendere quale sia oggi, e quale sarà in futuro il ruolo delle biblioteche. Sin dal loro nascere la funzione delle biblioteche è stata l’organizzazione della conoscenza. Perché questa funzione non scompaia, è necessario studiare la connessione della biblioteconomia con le scienze dell’informazione (LIS) con le discipline umanistiche digitali (Digital humanities). Se il ruolo delle biblioteche accademiche all’interno delle discipline umanistiche digitali è chiaro, nelle biblioteche pubbliche, esso è diverso, almeno dal punto di vista dell’utente. Nelle università gli utenti sono tecnologicamente competenti. Anche gli utenti delle biblioteche pubbliche desiderano sempre più un accesso nuovo ed entusiasmante alle informazioni – proprio del tipo che le discipline umanistiche digitali offrono – ma altri semplicemente usano le biblioteche per un accesso più elementare alle informazioni. In genere questi utenti sono la fetta più grande della popolazione complessiva, ed è opportuno dare priorità ai loro bisogni rispetto a quelli degli utenti più esperti di tecnologia. Il ruolo delle DH nelle biblioteche pubbliche dipende quindi da una valutazione complessiva dei bisogni degli utenti.  

Il dibattito attuale sui beni comuni presenta un notevole livello di complessità. La biblioteconomia italiana ha cominciato tardi ad occuparsi di beni comuni. E’ necessario e urgente definire con chiarezza i confini tra la dimensione pubblica e quella privata delle biblioteche in un’epoca in cui i cambiamenti incidono in modo radicale nei processi di produzione e circolazione del sapere. In questo scenario è importante sia tener presente la storia della biblioteca pubblica dalle sue origini, sia riesaminare il complesso rapporto tra beni pubblici e privati e bene comune. Per raccogliere tutte le opportunità che la transizione digitale e la rivoluzione dell’IA può portare alle biblioteche è necessario un radicale ripensamento della biblioteconomia.   

Da luoghi di conservazione, circolazione e promozione di testi-in-forma-libro, le biblioteche dovranno trasformarsi in luoghi di creatività, favorire il pensiero critico, la circolazione delle idee, l’ecologia cognitiva. L’attuale ecosistema digitale, con i nuovi scenari aperti dall’IA generativa, impatta sull’istruzione, sulla formazione e sull’apprendimento. Il modello della cultura come patrimonio da preservare è mutato in un sistema di significati in continua trasformazione.  

I bibliotecari potranno guidare la transizione digitale in corso? Può darsi. Diversamente la subiranno. I bibliotecari dovranno diventare umanisti digitali. Professionisti addestrati a connettere conoscenza, società e tecnologia, essi dovranno trovare in modo originale soluzioni giuste per migliorare le comunità. Per non scomparire, le biblioteche dovranno diventare infrastrutture – fisiche e digitali – per la co-costruzione del patrimonio culturale, spazi relazionali attraversati dal cambiamento. La biblioteconomia, tramontata l’epoca delle tassonomie e del web semantico e delle conseguenti teorie bibliotecarie (FRBR, LRM, RDA, ontologie, metadati, ecc.), deve oggi aprirsi e accogliere le applicazioni dell’IA generativa.   

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