Mattia Marzà è traduttore e ricercatore. Collabora dal 2022 con la rivista Oltreoceano, di cui è autore, traduttore e proof reader. I suoi interessi riguardano in particolare la storia e la cultura politica statunitense, i movimenti sociali e le questioni legate a razza e identità.

Appunti su Un ponte tra Oriente e Occidente. Una nuova prospettiva euro-mediterranea per l’Italia di Michael Mocci.

Un ponte tra Oriente e Occidente è un tentativo di stornare lo sguardo dalla dicotomia intrinsecamente bellica di Oriente e Occidente: ripercorrendo una serie di episodi di dialogo – interreligioso, ma non solo – e tracciando delle coordinate presenti di quell’Europa che, come Bardamu, il medico picaresco e nichilista di Viaggio al termine della notte, pare non avere «molta musica in sé per far ballare la vita» (Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, traduzione di Ernesto Ferrero, Corbaccio, Milano 2025, p. 219), Mocci si propone di delineare un paradigma di dialogo che superi le burrasche della contemporaneità, dove ogni iniziativa culturale internazionale è intesa e condotta attraverso le lenti del soft power (Michael Mocci, Un ponte tra Oriente e Occidente. Una nuova prospettiva euro-mediterranea per l’Italia, Jouvence, Milano 2026, p. 180), e si assiste ad un drammatico irrigidimento delle identità in senso sciovinista.

Non si tratta solo di ri-creare strumenti di confronto, ma soprattutto di modificare drasticamente l’orizzonte ontologico in cui iscrivere il dialogo: non compromesso, non «media quantitativa» (Mocci, Un ponte tra Oriente e Occidente, cit., p. 27), ma processo di riconoscimento e scoperta, di incontro e limatura, tenendo bene a mente la natura plurale e composita di ciò che viene normalmente concepito come monoliticamente circoscritto. Eliminare l’ostilità dello sguardo verso l’Altro significa, a ben vedere, riconcepire lo stesso concetto di Alterità. Anche un’affermazione apparentemente banale, come quella della dimensione “orientale” e migratoria delle religioni monoteiste, Cristianesimo incluso (ivi, pp. 27 e 183), è decisiva, specialmente nel contesto odierno: Sé ed Altro non sono poli dicotomici, ma elementi relazionali ed interconnessi.

Lo sguardo di Mocci è rivolto tanto agli individui quanto alle entità collettive. L’invito all’Italia a trovare una nuova prospettiva parte anche dalla sua posizione nel Mediterraneo, oggi spesso menzionata solo in termini geopolitici: il punto è concepirsi in senso mediterraneo, come spazio, cioè, da interpretare, più che con i paradigmi dell’unità o della divisione, nei termini della connettività (Peregrine Horden e Nicholas Purcell, The Corrupting Sea. A Study of Mediterranean History, Blackwell, Oxford 2000) e del reticolo (Guillaume Calafat e Mathieu Grenet, Mediterranei. Storia delle mobilità umane (1492-1750), traduzione di Filippo Benfante, Viella, Roma 2025).

La metafora del ponte evocata nel titolo richiama alla memoria lo spazio geografico dei Balcani, crocevia tra le entità incompatibili di Est ed Ovest: metafora pregna di orientalismo e di balcanismo, che elimina le complessità attraverso un’astrazione imposta dall’esterno, e che attribuisce all’area caratteri di indeterminatezza, transitorietà, quasi – quasi Europa, quasi civiltà, quasi sviluppo (Maria Todorova, Imagining the Balkans, Oxford University Press, Oxford 2009, pp. 16-19). Con una cruciale differenza.

Il lavoro storiografico è sempre analogico, metaforico: per il suo tentare di leggere qualcosa che per definizione è già trapassato, per la sua indagine sulle relazioni immateriali tra ciò che è e ciò che era, per le ineludibili deformazioni prospettiche ad esso connaturate. In questione è semmai la modalità di utilizzo della metafora, la sua appropriatezza e legittimità: se per Marc Bloch sono gli uomini – al plurale, «modo grammaticale della relatività» (Marc Bloch, Apologia della storia o Mestiere di storico, traduzione di Lorenzo Alunni, Feltrinelli, edizione digitalizzata, Milano 2024, p. 39), e non al singolare, foriero di astrazione e costruzione di un oggetto inerte a discapito di una forma viva e mobile – l’oggetto della storia, ci sono metafore che questa umanità illuminano, e metafore che invece ne cancellano l’odore brado e sfaccettato che attira il naso dello storico e dell’orco delle fiabe. La stessa metafora che, nel corso degli scorsi due secoli, ha oscurato la comprensione e la dignità dell’area balcanica, diviene, nell’opera di Mocci, lettura profonda, forma di vita differente. È di queste metafore, e di queste prospettive, che necessitano tanto la storiografia quanto il presente

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